
Centro polifunzionale a Udine est: casa per i cittadini o moschea mascherata?
Condividi su:
Il Comune approva il piano da 3,85 milioni nell’ex scuola Friz. A proporlo è la rete di associazioni guidata da Time for Africa, che presiede anche il Consiglio di Quartiere. Ma sul progetto cala l’ombra di una destinazione religiosa non dichiarata.
La Giunta comunale ha approvato il 15 luglio scorso il progetto “Opera 8299 – Realizzazione di spazi polifunzionali e per decentramento dei servizi del Comune” nel quartiere Di Giusto, con una delibera che mette sul tavolo 3,85 milioni di euro per la costruzione di un nuovo edificio nell’area dell’ex scuola Friz, in via Gastone Valente. Un centro civico, si legge nei documenti, che ospiterà associazioni, uffici e attività di quartiere. Ma al di là degli intenti dichiarati, cresce il sospetto che la struttura possa diventare un luogo di culto islamico camuffato da centro polifunzionale.
Il progetto è stato sollecitato direttamente dalla rete delle associazioni attive nel quartiere Di Giusto, guidata da Time for Africa, realtà che da anni opera nell’inclusione degli immigrati e che ricopre anche un ruolo istituzionale fondamentale: la presidenza del Consiglio di Quartiere partecipato. Una posizione che ha permesso di influenzare in modo decisivo la pianificazione di questo intervento, apparentemente civico, ma dall’identità funzionale ancora tutta da chiarire.
Un progetto calato dall’alto
Secondo la delibera approvata dalla Giunta, l’edificio sorgerà su un unico piano e ospiterà due sale polifunzionali da 155 e 80 mq (convertibili in un’unica sala da 265 posti), sei stanze da 35 mq per associazioni, uffici per i servizi sociali e ampi spazi esterni coperti da porticati. L’iniziativa è nata nel 2024 da un’idea avanzata proprio da Time for Africa e dalla rete associativa da essa coordinata, con il dichiarato obiettivo di rigenerare il quartiere Di Giusto, storicamente considerato una delle zone più complesse della città, per densità abitativa, disagio sociale e forte presenza di stranieri.
Nell’area insistono inoltre due delle principali strutture di accoglienza per richiedenti asilo della città: l’ex caserma Cavarzerani, che ospita stabilmente centinaia di migranti, e il complesso dell’ex caserma Osoppo, in via Brigata Re, altro polo dell’accoglienza collocato nel cuore del quartiere Di Giusto. Un contesto dove la pressione demografica e culturale è già elevata, e dove il bisogno di spazi per la socialità si intreccia, inevitabilmente, anche con la domanda di luoghi per la preghiera e la pratica religiosa da parte della popolazione musulmana.
La domanda che nessuno pone: a cosa servirà davvero?
Nei documenti ufficiali non vi è traccia di riferimenti religiosi. Il progetto è formalmente descritto come uno spazio multifunzionale, civico, sociale. Tuttavia, la mancanza di indicazioni chiare sugli utilizzi concreti delle sale, sugli assegnatari degli spazi e sulla governance del centro apre una questione delicata: è possibile che la struttura venga utilizzata anche come moschea?
L’architettura del progetto lo renderebbe possibile. Le due sale da oltre 250 posti totali, la possibilità di accedervi in autonomia, l’assenza di vincoli formali all’uso religioso e la presenza stabile di un’associazione capofila che rappresenta – anche se informalmente – gli interessi culturali e religiosi di una parte della comunità islamica locale, sono tutti elementi che legittimano più di un dubbio.
E non sarebbe la prima volta che in Italia un “centro culturale” o “spazio polivalente” si trasformi, nei fatti, in una moschea non ufficiale. Episodi analoghi si sono verificati in città come Milano, Bologna e Torino, dove il ricorso a strutture associative è servito per aggirare i vincoli urbanistici e aprire luoghi di culto sotto altre etichette.
Opacità e silenzi
Quel che più colpisce è l’opacità con cui l’amministrazione ha gestito l’intero iter. Nessun confronto con la cittadinanza, nessuna assemblea pubblica, nessuna spiegazione chiara sul reale utilizzo degli spazi. La partecipazione, sbandierata nei comunicati istituzionali, si è limitata a coinvolgere una rete di associazioni già allineate alla visione del progetto e legate da rapporti diretti con la presidenza del Consiglio di Quartiere. Una concentrazione di potere e rappresentanza anomala, che mette in discussione la trasparenza democratica dell’operazione.
A ciò si aggiunge il fatto che la delibera è stata approvata all’unanimità dalla Giunta comunale, senza una parola di chiarimento sulle modalità di gestione della struttura una volta ultimata. Nessuna regolamentazione sulle attività ammesse, nessuna esclusione esplicita dell’uso religioso, nessuna garanzia di neutralità degli spazi. In assenza di limiti formali, la destinazione potrebbe cambiare in modo surrettizio, con il rischio di trasformare un’opera pubblica in uno spazio d’uso esclusivo e identitario.
Una questione di trasparenza
A oggi, nessuno può affermare con certezza che il futuro centro nel quartiere Di Giusto diventerà una moschea. Ma l’ambiguità dei documenti, la composizione della rete proponente e la realtà sociale del quartiere rendono lo scenario non solo plausibile, ma concretamente temuto da parte della cittadinanza.
In una zona che già ospita centri di accoglienza, case popolari sovraffollate, forte immigrazione e carenza di spazi per la popolazione residente, il rischio è che una struttura pagata con fondi pubblici finisca per rispondere a un’istanza di tipo religioso e comunitario settoriale, senza alcuna chiarezza o controllo.
Il sindaco De Toni e la sua giunta hanno scelto di approvare in fretta il progetto, senza aprire il dibattito e senza chiarire l’uso futuro degli spazi. Ma i cittadini del quartiere Di Giusto – italiani, stranieri, credenti e non – hanno diritto a sapere con esattezza cosa si sta costruendo nel cuore della loro comunità.
Se si tratta di una vera casa di quartiere, allora servono regole certe, garanzie di pluralismo, trasparenza assoluta. Se invece si sta realizzando una moschea mascherata, allora il silenzio dell’amministrazione è non solo inaccettabile, ma politicamente irresponsabile.