Paolo Calligaris assolto con formula piena dopo 17 anni: chi pagherà per la gogna?

Condividi su:

Ci sono vicende giudiziarie che non finiscono davvero con una sentenza. Anche quando arriva il verdetto definitivo, resta qualcosa di irrisolto: il tempo perduto, la reputazione distrutta, la vita consumata dentro un’accusa durata quasi vent’anni.

La Cassazione ha stabilito in via definitiva che Paolo Calligaris “non ha commesso il fatto”. Eppure questa decisione arriva dopo diciassette anni di processi, sospetti, esposizione mediatica e gogna pubblica.

In questa storia le vittime sono state due.

La prima, naturalmente, è Tatiana Tulissi, uccisa nel 2008 in circostanze rimaste senza una verità giudiziaria definitiva per quasi due decenni. Una donna morta tragicamente, una famiglia travolta dal dolore e dall’attesa.

La seconda vittima è stato anche Paolo Calligaris.

Per diciassette anni è stato raccontato come il probabile assassino della sua ex compagna. La sua figura pubblica è stata associata quasi automaticamente all’immagine dell’uomo possessivo, del compagno violento, dell’ennesimo caso di femminicidio. E questa rappresentazione, col passare del tempo, è diventata quasi una verità parallela.

Non è un’impressione. Basta rileggere parte della cronaca di quegli anni.

Diverse agenzie stampa e numerosi articoli nazionali hanno descritto il caso direttamente come “femminicidio”. ANSA, nel 2025, parlava esplicitamente di “Femminicidio Tatiana Tulissi” riferendosi al ricorso in Cassazione di Calligaris. Anche alcuni quotidiani nazionali inserirono stabilmente il delitto dentro la cornice narrativa del femminicidio, presentando Calligaris come l’ex compagno accusato di aver ucciso la donna.

Ed è qui che emerge un tema molto più ampio della singola vicenda giudiziaria.

Negli ultimi anni il tema del femminicidio è diventato — giustamente — centrale nel dibattito pubblico italiano. È un fenomeno reale, drammatico, che richiede attenzione, prevenzione e repressione severa. Ma proprio per questo motivo dovrebbe essere affrontato con il massimo rigore, evitando automatismi culturali o scorciatoie mediatiche.

Nel caso Calligaris, invece, sembra essersi verificato qualcosa di molto pericoloso: l’uomo accusato finiva per coincidere perfettamente con il colpevole ideale.

L’ex compagno. L’uomo economicamente agiato. I modi ritenuti arroganti. Il carattere descritto come freddo e distante. Tutti elementi che, nell’immaginario mediatico contemporaneo, sembravano combaciare con il profilo perfetto dell’assassino di una donna.

In questo clima, ogni ipotesi alternativa appariva quasi secondaria.

Eppure nel corso degli anni sono esistite anche altre piste investigative: la possibilità di un aggressore esterno, di una rapina degenerata o comunque di una dinamica diversa da quella del delitto passionale. Alcuni articoli dell’epoca ricordavano esplicitamente queste alternative.

Ma nella percezione pubblica il processo sembrava spesso già concluso prima ancora della sentenza definitiva.

Ed è questo l’aspetto più inquietante dell’intera vicenda: quando la rappresentazione simbolica di una persona finisce per prevalere sulle prove.

Uno Stato di diritto dovrebbe funzionare esattamente al contrario. Prima vengono i fatti, poi le prove, infine le sentenze. Non la costruzione mediatica del colpevole perfetto.

La presunzione d’innocenza non è un dettaglio tecnico per avvocati. È il fondamento della civiltà giuridica moderna. Quando salta questo principio, il rischio è devastante: non soltanto per l’imputato, ma per la credibilità stessa della giustizia.

Perché oggi la Cassazione dice che Paolo Calligaris non era l’assassino di Tatiana Tulissi.

Ma nessuna sentenza potrà restituirgli diciassette anni di vita. Nessuna assoluzione potrà cancellare il marchio pubblico costruito nel frattempo. Nessuna decisione potrà eliminare il sospetto sedimentato nell’opinione pubblica dopo quasi due decenni di esposizione mediatica.

E allora resta una domanda inevitabile.

Quanti di quelli che per anni hanno indicato Calligaris come il simbolo dell’ennesimo femminicidio avranno oggi l’onestà di ammettere di aver sbagliato?

Perché quando una persona viene assolta dopo diciassette anni con la formula più piena possibile — “non ha commesso il fatto” — non basta parlare di assoluzione.

Bisogna avere il coraggio di parlare anche del fallimento di un sistema.

Condividi questa pagina su:
Redazione
Redazione

Nato da un'intuizione del dott. Stefano Salmè, il Giornale del Friuli si pone la missione di valorizzare la storia bimillenaria del Friuli e, nel contempo, raccontare la contemporaneità con un'informazione libera e controcorrente. Stefano Salmè è iscritto all'Ordine dei giornalisti dal 2002 e si è laureato con lode in Storia, all'Università di Trieste, con una tesi sul Risorgimento friulano.

Articoli: 313