
Le Case di Comunità si rivelano un flop. Ci sono gli immobili ma manca il personale
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E’ arrivato lo stop al progetto di riordino della medicina generale pensato dal Ministro della Salute Schillaci e dalle Regioni per integrare i medici nelle Case della Comunità e così riuscire a farle partire. Queste “Case” rappresentano uno dei pilastri della Missione Salute del PNRR per spostare il baricentro dell’assistenza dall’ospedale al territorio, ma pur essendo vicinissimi allo scadere del termine fissato per l’attuazione del PNRR, solo il 4% delle oltre mille Case della Comunità previste dal piano è pienamente funzionante.
E ora sembra che si cerchi di addossare la responsabilità del mancato avvio della Case di Comunità ai medici di medicina generale, ma questi non c’entrano nulla con il fallimento di una riforma che sin dall’inizio appariva assai improbabile.
La responsabilità dell’attuale Governo è di non essersi accorto per tempo che le Case di Comunità erano scatole vuote incapaci di garantire i livelli di assistenza promessi.
Il progetto delle Case della Comunità è stato voluto sei anni fa con il PNRR dall’allora Ministro della Sanità Speranza e poi confermato dalla riforma della sanità territoriale firmata dallo stesso ministro. (DM 77 del 2022), che l’aveva presentata come una sorta di panacea per tutti i gravi malanni che affliggevano il servizio sanitario pubblico.
Ma non è così: il PNRR e la riforma collegata si sono occupati prevalentemente di edilizia, trascurando del tutto il personale. Già nel 2021 un’analisi approfondita svolta nell’ambito del Gruppo di Forza Italia in Senato faceva emergere come non si trattasse di una vera riforma dell’assistenza sanitaria, ma piuttosto una semplice moltiplicazione di sportelli e strutture (Case della Comunità, Centrali operative territoriali e Ospedali di Comunità), senza una visione complessiva e una programmazione credibile.
In particolare preoccupava l’esiguità del personale previsto ad operare nelle nuove strutture, soprattutto se rapportato a servizi che si volevano capillari. Dopo le carenze evidenziate con la pandemia, non era pensabile rimettere in sesto il Servizio sanitario nazionale senza rilevanti incrementi di personale. Né pareva razionale concentrare tutti gli sforzi sulla medicina territoriale e trascurare la rete ospedaliera, che si era dimostrata anche questa ampiamente insufficiente.
Il problema principale della sanità non sono i muri, ma il numero di medici e infermieri che vi lavorano. Perché allora impiegare energie e risorse per fare una sorta di doppione del Distretto, invece che pensare ad incrementare il personale che vi lavora?
Si può credere davvero che gli accessi in Pronto soccorso diminuiranno se il MMG visiterà presso la Casa della Comunità invece che nel suo studio? O che le liste d’attesa si ridurranno se lo specialista visiterà presso la Casa della Comunità invece che in ospedale o al Distretto? E perché mai?
In fondo sarebbe bastato che il Governo analizzasse nel dettaglio la riforma delle cure primarie contenuta nel DM 77/2022 per comprendere cosa sarebbe avvenuto nella pratica. C’era anche il documento analitico prodotto nel 2021 in Senato, che ne preconizzava il fallimento. E c’era anche l’esperienza del Friuli Venezia Giulia che aveva già provato strutture analoghe alle Case della Comunità; erano i CAP, Centri di Assistenza Primaria, voluti dalla riforma Serracchiani e falliti nell’arco di un quinquennio.
Nonostante ciò, il Governo Meloni e le Regioni guidate dal governatore del FVG Fedriga hanno preferito seguire in modo acritico la strada indicata da Speranza.


