
370 milioni per crescere la metà dell’Italia. Il fallimento economico del Fvg nel 2026
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C’è un numero che vale più di molti comunicati stampa: 0,5 per cento.
È la crescita del PIL prevista da Prometeia per il Friuli Venezia Giulia nel 2026. Un dato che dovrebbe indurre la Giunta regionale a interrogarsi seriamente sull’efficacia delle proprie politiche economiche, anziché trasformare una sostanziale stagnazione in una celebrazione della presunta «capacità di tenuta» del sistema regionale.
Il confronto con il resto del Paese è particolarmente significativo.
Soltanto pochi giorni fa il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha spiegato che il Governo aveva inizialmente formulato una previsione prudenziale di crescita dello 0,6%, ma che l’Italia ha già acquisito lo 0,8% e, se gli indicatori manterranno l’attuale andamento, nel 2026 potrebbe avvicinarsi all’1%.
In altre parole, mentre l’Italia potrebbe crescere attorno all’1%, il Friuli Venezia Giulia si ferma allo 0,5%.
E non va molto meglio allargando il confronto al territorio economicamente più omogeneo con il nostro: per il Nord-Est la crescita prevista per il 2026 è dello 0,8%.
Dunque il problema non può essere liquidato semplicemente invocando il difficile scenario nazionale e internazionale.
Le guerre, i dazi, l’incertezza geopolitica, il costo dell’energia e la debolezza del commercio internazionale riguardano l’intero Paese e, in misura diversa, tutte le economie del Nord-Est. È certamente vero che una regione fortemente manifatturiera ed esportatrice come il Friuli Venezia Giulia risulta particolarmente esposta alle difficoltà del commercio mondiale. Ma è precisamente davanti a condizioni strutturali di questo genere che si misura l’efficacia di una politica economica regionale.
Ed è qui che emerge la contraddizione più evidente.
L’assessore regionale alle Attività produttive Sergio Emidio Bini rivendica che attraverso le manovre finanziarie del 2026 la Regione ha destinato complessivamente circa 370 milioni di euro alle Attività produttive e al Turismo.
Una cifra enorme.
Ma se dopo un impiego di risorse di queste dimensioni il risultato è una crescita dello 0,5%, mentre il Paese potrebbe avvicinarsi all’1% e il Nord-Est viaggia attorno allo 0,8%, la domanda diventa inevitabile:
quanto stanno realmente producendo le politiche economiche della Regione?
Non è sufficiente misurare l’azione pubblica attraverso la quantità di denaro stanziato. Una buona amministrazione deve misurarla attraverso i risultati ottenuti.
Trecentosettanta milioni non sono, di per sé, un risultato. Sono risorse dei cittadini e delle imprese che devono produrre investimenti, produttività, innovazione, occupazione e crescita.
Ed è proprio sulla crescita che il Friuli Venezia Giulia sta mostrando evidenti segnali di debolezza.
Il problema, peraltro, non nasce oggi. Le stime indicano una regione passata dal +1% del 2024 al +0,4% circa del 2025 e ora proiettata verso appena il +0,5% nel 2026. Ancora più significativo è il confronto con gli anni precedenti alla pandemia, quando la crescita regionale aveva raggiunto l’1,7% nel 2017, l’1,3% nel 2018 e l’1,1% nel 2019.
Non siamo quindi davanti a un’economia che accelera. Siamo davanti a un’economia che da anni cresce poco e che oggi rischia di perdere terreno rispetto alle aree economicamente più dinamiche del Paese.
Per questo stupisce leggere l’ennesima rappresentazione rassicurante della situazione.
Naturalmente esistono fattori internazionali sui quali una Regione non può intervenire. Ma proprio per questo occorrerebbe chiedersi se la politica economica regionale degli ultimi anni sia stata sufficientemente selettiva e strategica oppure se si sia progressivamente trasformata in una gigantesca macchina distributiva di contributi.
Il Friuli Venezia Giulia dispone di condizioni che molte altre regioni italiane non hanno: autonomia speciale, importanti disponibilità finanziarie, un tessuto manifatturiero sviluppato, posizione geografica strategica, porti e infrastrutture collocati al centro dei collegamenti con l’Europa centrale e orientale, competenze scientifiche e universitarie di primo livello.
Con queste condizioni di partenza, accontentarsi dello 0,5% non può essere considerato un successo.
La questione non è spendere ancora più denaro. È capire come viene speso.
Servono politiche capaci di aumentare strutturalmente la produttività regionale: attrazione di investimenti industriali, crescita dimensionale delle imprese, innovazione tecnologica, infrastrutture, energia competitiva, internazionalizzazione, formazione e capacità di attirare capitale umano.
E soprattutto occorre iniziare a valutare le politiche regionali sulla base di indicatori misurabili.
Quanti investimenti privati aggiuntivi hanno generato quei 370 milioni? Quanta nuova occupazione stabile? Quanto incremento di produttività? Quante nuove imprese sono state attratte dall’esterno? Quanto valore aggiunto è stato creato?
Sono queste le domande alle quali dovrebbe rispondere chi governa la Regione.
Perché se l’Italia, nelle stesse difficilissime condizioni internazionali, riesce ad avvicinarsi all’1% mentre il Friuli Venezia Giulia rimane allo 0,5%, non basta più parlare di «resilienza» o di «capacità di tenuta».
Bisogna spiegare perché una delle Regioni più ricche, industrializzate e finanziariamente autonome d’Italia sta crescendo meno del Paese che dovrebbe contribuire a trainare.
E soprattutto bisogna domandarsi se, dopo anni di ingenti stanziamenti, sia arrivato il momento di cambiare politica economica.


