
Udine. Prati sui tetti e pannelli sui prati. Il curioso ambientalismo dei nostri tempi
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A Udine i prati salgono sui tetti. Nelle campagne, invece, sui prati e sui terreni agricoli arrivano i pannelli fotovoltaici. È uno di quei paradossi che riescono a raccontare meglio di molte analisi alcune contraddizioni della transizione ecologica contemporanea.
La notizia arriva dall’Università di Udine, impegnata nel progetto europeo GRACE – Tetti verdi per la connettività ecologica alpina, una ricerca triennale finanziata nell’ambito del programma Interreg Italia-Austria con circa 737 mila euro, dei quali poco più di 190 mila destinati all’ateneo friulano.
L’obiettivo è interessante: verificare quanto i tetti verdi possano contribuire a mitigare gli effetti del cambiamento climatico nelle città, aumentare la biodiversità e creare una sorta di rete di collegamento ecologico fra aree urbane e rurali.
Nel campus scientifico dell’Università di Udine sarà realizzato un vero e proprio impianto verde pensile sperimentale e didattico. La particolarità è che verranno utilizzate anche specie spontanee provenienti dai prati stabili, selezionate perché richiedono poca acqua e poca manutenzione e possono favorire la biodiversità locale.
La sperimentazione non si fermerà all’Università. Il gruppo di ricerca analizzerà anche edifici del comprensorio dell’ospedale Santa Maria della Misericordia e alcuni edifici commerciali di Udine, effettuando monitoraggi della biodiversità, misurazioni microclimatiche e studi sulla capacità dei tetti verdi di funzionare come veri corridoi ecologici.
Fin qui, nulla da eccepire. Anzi.
I tetti sono superfici artificiali già esistenti e normalmente sottratte alla natura. Se una parte di quelle superfici può essere trasformata in verde, contribuendo ad abbassare le temperature, trattenere acqua e offrire spazio alla biodiversità, vale certamente la pena studiarlo.
Il problema nasce quando si scende dal tetto e si guarda cosa succede qualche chilometro più in là.
Perché mentre spendiamo risorse, tecnologia e ricerca per capire come ricreare un prato sopra il cemento, nelle campagne del Friuli Venezia Giulia assistiamo alla crescente pressione per utilizzare terreni agricoli per la produzione fotovoltaica.
Ed ecco il capolavoro involontario della modernità ecologica: mettiamo i prati sui tetti e i pannelli fotovoltaici sui prati.
Prima impermeabilizziamo il territorio, poi cerchiamo di riportare la natura sulle superfici che abbiamo costruito. Contemporaneamente prendiamo superfici che natura già sono – o che comunque hanno una funzione agricola, paesaggistica ed ecologica – e valutiamo di trasformarle in superfici destinate alla produzione energetica.
Naturalmente le due questioni non sono tecnicamente sovrapponibili. Un tetto verde risponde a esigenze differenti da un impianto fotovoltaico e la produzione di energia rinnovabile resta una componente necessaria della politica energetica.
Ma proprio per questo il paradosso dovrebbe suggerire una domanda molto semplice.
Prima di occupare nuovo suolo, abbiamo davvero utilizzato tutto quello che abbiamo già costruito?
Capannoni industriali, centri commerciali, supermercati, parcheggi, edifici pubblici e grandi strutture logistiche rappresentano una quantità enorme di superfici già artificializzate. Sono queste che dovrebbero diventare, ove tecnicamente possibile, la prima frontiera della produzione fotovoltaica.
E sui tetti potrebbero persino convivere le due strategie: verde pensile e produzione solare non sono necessariamente alternative.
Il progetto dell’Università di Udine, quindi, offre involontariamente una lezione che va molto oltre i tetti verdi.
La transizione ecologica ha senso quando parte da ciò che abbiamo già consumato, costruito e impermeabilizzato, recuperandolo e utilizzandolo meglio. Diventa molto più difficile da spiegare quando, per restituire il verde alle città, inventiamo prati sopra gli edifici mentre nelle campagne facciamo spazio ai pannelli sopra la terra.
Forse, prima di portare la campagna sui tetti, dovremmo semplicemente ricordarci di lasciare un po’ di campagna… in campagna.


