Israele chiude il Santo Sepolcro. Nemmeno Saladino lo aveva fatto

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Nel cuore della Gerusalemme, dove si intrecciano storia, fede e conflitto, la chiusura dei luoghi santi cristiani assume oggi un significato ancora più profondo: non solo una misura di sicurezza, ma un evento che rompe una continuità millenaria.

Una frattura senza precedenti

Per la prima volta in due millenni, il luogo più sacro del cristianesimo — la Chiesa del Santo Sepolcro — risulta di fatto irraggiungibile per i fedeli. Una decisione imposta dalle autorità israeliane nel contesto dell’escalation militare regionale, che segna una discontinuità storica difficilmente paragonabile ad altri momenti di crisi.

Nemmeno durante guerre, invasioni o pandemie si era arrivati a una chiusura così prolungata e totale. Oggi, invece, la dimensione spirituale viene sospesa, subordinata alle logiche del conflitto e della sicurezza.

Il confronto con la storia: il precedente di Saladino

Il peso simbolico di questa scelta emerge con forza se confrontato con episodi del passato. Quando Saladino conquistò Gerusalemme nel 1187, durante le crociate, adottò una linea sorprendentemente prudente nei confronti dei luoghi cristiani.

Pur avendo il controllo della città, evitò di entrare nella basilica del Santo Sepolcro. La sua fu una decisione insieme politica e religiosa: un gesto di rispetto verso la sacralità del luogo e, allo stesso tempo, un atto strategico per dimostrare magnanimità e legittimare il proprio dominio agli occhi delle comunità cristiane.

Quel precedente storico evidenzia un paradosso: anche in un contesto di conquista militare diretta, si cercò di preservare l’inviolabilità simbolica del cuore della cristianità. Oggi, invece, in un’epoca che si definisce moderna e regolata dal diritto internazionale, l’accesso a quel luogo viene impedito.

Una città chiusa alle sue fedi

La crisi non riguarda soltanto i cristiani. Anche i musulmani si sono visti negare l’accesso alla Spianata delle Moschee durante l’Eid al-Fitr, in una decisione senza precedenti recenti.

Gerusalemme appare così progressivamente svuotata della sua funzione originaria di crocevia spirituale, trasformandosi in uno spazio segnato da esclusioni e restrizioni.

La dimensione simbolica della chiusura

La chiusura del Santo Sepolcro durante la Quaresima non è solo un fatto pratico: è un gesto dal forte valore simbolico. Impedire la Via Crucis e le celebrazioni pasquali significa interrompere un legame diretto tra i fedeli e i luoghi fondativi della loro fede.

In questo contesto, le parole di padre Ibrahim Faltas acquistano un significato ancora più incisivo: i “muri invisibili” costruiti dalla paura e dall’insicurezza rischiano di diventare più invalicabili di quelli materiali.

Conclusione

Il confronto tra passato e presente mette in luce una trasformazione profonda: se in altre epoche, anche segnate da violenze e conquiste, si cercava di preservare almeno simbolicamente i luoghi sacri, oggi questi stessi luoghi diventano parte integrante del conflitto.

La speranza resta affidata alla diplomazia e al dialogo, affinché le porte del Santo Sepolcro possano riaprirsi. Non solo per consentire ai fedeli di tornare a pregare, ma per restituire a Gerusalemme il suo ruolo di città dell’incontro, e non della separazione.

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Redazione
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Nato da un'intuizione del dott. Stefano Salmè, il Giornale del Friuli si pone la missione di valorizzare la storia bimillenaria del Friuli e, nel contempo, raccontare la contemporaneità con un'informazione libera e controcorrente. Stefano Salmè è iscritto all'Ordine dei giornalisti dal 2002 e si è laureato con lode in Storia, all'Università di Trieste, con una tesi sul Risorgimento friulano.

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