Il governo Meloni chiede un prestito di 8 miliardi alla Ue per armare Zelensky

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Otto miliardi per il riarmo. Ma per gli italiani i soldi non ci sono mai

L’Italia torna a indebitarsi con l’Unione Europea per finanziare la corsa agli armamenti. Mentre il Paese brucia, la sanità arranca, benzina e gasolio superano i due euro e i salari continuano a perdere potere d’acquisto. È davvero questa la priorità degli italiani?

Il governo italiano ha deciso: chiederà all’Unione Europea 8 miliardi di euro attraverso il programma SAFE, lo strumento europeo destinato al finanziamento degli investimenti nella difesa.

Chiamiamo però le cose con il loro nome: non sono soldi regalati dall’Europa. Sono prestiti. Sono debito. E il debito, prima o poi, dovrà essere ripagato.

Il SAFE mette complessivamente a disposizione degli Stati membri fino a 150 miliardi di euro attraverso prestiti agevolati. All’Italia era stato assegnato un massimale di 14,9 miliardi; Roma ha deciso di chiederne circa 8.

E per fare cosa?

Per aumentare la spesa militare, acquistare nuovi armamenti e ricostituire anche le scorte di materiali che negli ultimi anni sono state inviate all’Ucraina.

La domanda politica, allora, diventa inevitabile: possibile che quando si parla di armi miliardi e debito pubblico diventino improvvisamente disponibili, mentre quando si parla dei problemi quotidiani degli italiani dobbiamo sentirci ripetere che “mancano le risorse”?

Un Paese che brucia, ma trova miliardi per le armi

Quest’estate abbiamo visto ancora una volta quanto fragile sia il nostro sistema di protezione del territorio.

La flotta nazionale prevista per la fase di massima emergenza dispone di 15 Canadair CL-415 operativi, oltre agli elicotteri. E davanti a incendi sempre più numerosi e contemporanei questa capacità può rapidamente andare sotto pressione.

Il 16 agosto, durante la gravissima emergenza incendi in Abruzzo, è accaduto qualcosa di emblematico: quattro dei sette mezzi aerei impegnati sono rimasti fuori uso per avaria. Tra questi, due Canadair.

In quelle ore la mancanza di un numero adeguato di velivoli ha rallentato e complicato le operazioni di spegnimento. Il giorno successivo è stato necessario ottenere da Roma l’invio di altri tre Canadair.

E non stiamo parlando di un’estate normale. Tra il 15 giugno e il 14 agosto erano già arrivate 974 richieste di intervento della flotta aerea nazionale, contro 810 nello stesso periodo dell’anno precedente.

Quanto costerebbe potenziare seriamente la flotta antincendio italiana?

Quanto costerebbe acquistare nuovi Canadair, garantire manutenzione e mezzi di riserva, rafforzare Vigili del Fuoco e Protezione Civile?

Certamente una frazione degli 8 miliardi che siamo pronti a prendere a prestito per la difesa.

Sanità: quasi 3 milioni di italiani aspettano oltre i tempi previsti

Poi c’è la sanità pubblica.

Possiamo discutere sulle parole e stabilire se sia corretto definirla “al collasso”. I numeri, però, sono difficili da discutere.

Nei primi sei mesi del 2026 2 milioni e 811 mila italiani hanno aspettato oltre i tempi previsti per ottenere una visita o un esame dal Servizio sanitario. È vero che alcuni indicatori delle liste d’attesa sono migliorati rispetto al 2025, ma quasi tre milioni di prestazioni fuori tempo restano la fotografia di un sistema sottoposto a una pressione enorme.

Mancano medici, infermieri e personale sanitario; lo stesso legislatore ha dovuto prevedere nuove assunzioni straordinarie proprio per fronteggiare la carenza di personale e ridurre le liste d’attesa.

Eppure per la sanità ogni miliardo sembra richiedere estenuanti discussioni sulle coperture.

Per le armi, invece, possiamo indebitarci.

Benzina a 2,017 euro, gasolio a 2,137

Nel frattempo gli italiani fanno i conti con il costo della vita.

Al 26 agosto 2026, il prezzo medio nazionale self-service sulla rete stradale ha raggiunto:

– benzina: 2,017 euro al litro
– gasolio: 2,137 euro al litro
– benzina in autostrada: 2,092 euro al litro
– gasolio in autostrada: 2,208 euro al litro.

Non sono prezzi di qualche distributore particolarmente caro. Sono medie nazionali.

La benzina ha nuovamente sfondato la barriera psicologica dei due euro al litro e il gasolio l’ha superata abbondantemente.

Per milioni di lavoratori l’automobile non è un lusso. È il mezzo necessario per andare a lavorare, accompagnare i figli, raggiungere servizi che soprattutto nei piccoli centri non sono disponibili sotto casa.

Ogni aumento del carburante è quindi, di fatto, una nuova tassa sulla mobilità.

E i salari? Ancora sotto i livelli del 2021

C’è infine la grande questione dimenticata: i salari italiani.

Secondo l’OCSE, nel primo trimestre del 2026 i salari reali sono sì cresciuti dell’1,3% rispetto all’anno precedente, ma erano ancora del 6,1% inferiori rispetto al primo trimestre del 2021.

È il divario più ampio tra le grandi economie dell’area OCSE.

E per il 2026 l’organizzazione prevede addirittura una nuova diminuzione dei salari reali dello 0,9%.

Significa una cosa molto semplice: mentre aumenta il costo di ciò che acquistiamo, il potere d’acquisto di chi lavora non ha ancora recuperato quanto perso negli anni dell’inflazione.

Le priorità di un Paese

Nessuno può seriamente sostenere che uno Stato non debba occuparsi della propria sicurezza e della propria difesa.

Ma proprio perché le risorse non sono infinite, governare significa stabilire delle priorità.

Ed è qui che la scelta diventa politica.

Un Paese nel quale quasi tre milioni di persone aspettano troppo per una visita o un esame; un Paese che durante gli incendi estivi vede Canadair fermi per avaria; un Paese nel quale benzina e gasolio hanno superato i due euro al litro; un Paese nel quale i salari reali sono ancora nettamente inferiori a quelli del 2021 dovrebbe domandarsi quale sia, oggi, la sua vera emergenza.

E invece ci indebitiamo ancora.

Questa volta per le armi.

E indirettamente anche per ricostituire arsenali e scorte svuotati dagli aiuti militari inviati all’Ucraina, mentre l’Europa nel suo complesso continua a destinare enormi risorse al sostegno militare di Kiev.

La questione non è essere favorevoli o contrari alla difesa. La questione è decidere che cosa viene prima.

Prima un nuovo sistema d’arma o un nuovo Canadair?

Prima ricostituire gli arsenali o ridurre le liste d’attesa?

Prima altro debito per il riarmo o restituire potere d’acquisto alle famiglie?

Sono domande alle quali la politica dovrebbe rispondere.

Perché alla fine quegli 8 miliardi non li paga “l’Europa”.

Li paghiamo noi.

E li pagheranno gli italiani di domani.

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Redazione
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Nato da un'intuizione del dott. Stefano Salmè, il Giornale del Friuli si pone la missione di valorizzare la storia bimillenaria del Friuli e, nel contempo, raccontare la contemporaneità con un'informazione libera e controcorrente. Stefano Salmè è iscritto all'Ordine dei giornalisti dal 2002 e si è laureato con lode in Storia, all'Università di Trieste, con una tesi sul Risorgimento friulano.

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