Blasoni, il Re delle RSA: “servono nuovi imprenditori, troppi vendono ai Private Equity”

Condividi su:

Ha fondato Sereni Orizzonti giovanissimo, oggi il Gruppo è il primo per crescita nel settore sociosanitario in Italia: 7.500 posti letto, quasi 4.000 dipendenti e un fatturato nel 2025 che sfiora i 300 milioni

Blasoni, diciamolo chiaramente, chi eredita un’azienda parte avvantaggiato: lei invece è partito da zero trent’anni fa, ci sono ancora imprenditori con questa vocazione in Friuli?

In effetti c’è una bella differenza tra essere un imprenditore di prima generazione partito da zero di prima generazione ed essere di seconda o terza generazione. Le aziende possono andare bene o male, ma se crescono essere di seconda o terza generazione vuol dire beneficiare del lavoro di chi ha superato la fase più complessa, quella dell’avvio. Esiste una distanza siderale tra il momento in cui un’azienda viene pensata in solitaria e il momento in cui poi si è affermata. Vanno superati ostacoli rilevatissimi, che spesso non si hanno se l’azienda la si eredita. Questo non vuol dire che non sia complesso anche far crescere aziende di seconda o terza generazione, ma sarebbe veramente ingeneroso non tenere conto che partire da zero è veramente come una sorta di mission impossible. Dalla burocrazia alla tassazione sembra quasi che si scoraggi l’impresa invece che favorirla.

In Friuli-Venezia Giulia aziende da 300 milioni di fatturato che siano guidate dal loro fondatore sono veramente poche, si possono contare sulle dita di una mano. Lei ci è riuscito, dicono che in Italia sia il Re delle RSA.

Il punto non è questo, mi pare piuttosto che il numero degli imprenditori sembra ridursi via via, eppure il nostro Paese ha bisogno di nuova impresa. È vero che le imprese nazionali sono mediamente più piccole di quelle estere e che sono necessari processi di aggregazione, tuttavia abbiamo bisogno di linfa nuova e di un tessuto imprenditoriale che si nutre anche dell’avvio di nuove imprese.

Però le università sfornano migliaia di laureati con MBA, esperienze all’estero e corsi in management. Non basta tutto questo?

Il problema è che oggi si pensa che una preparazione universitaria e delle esperienze all’estero siano una vera e propria garanzia. Purtroppo non è così, non mi fraintenda, il percorso di studi è fondamentale, tuttavia, non sempre basta. Per generare una nuova azienda serve un quid pluris, un talento che c’è o non c’è. Molte opportunità vanno perse perché né la scuola, né le famiglie, inducono i giovani a rischiare, dando vita a una propria azienda. Nel sistema formativo prevale l’attitudine a premiare più chi dice di si, piuttosto di chi tenta di sviluppare modelli nuovi e originali. In famiglia, poi, il posto sicuro rimane un obiettivo per molti. Eppure, ci sono tanti giovani capaci e tanti spazi di attività che potrebbero essere coperti.

Ci sono poche nuove aziende ma anche molte realtà storiche che vengono vendute…

In effetti il fenomeno si riscontra anche nella nostra regione, moltissime aziende vengono cedute ai private equity. L’apertura del capitale può essere un’opzione virtuosa e uno strumento di crescita, penso alla quotazione in borsa ad esempio. Ben diverso è quel fenomeno indiscriminato di cessione delle aziende ai private equity, che anziché arricchire il territorio lo ha spesso impoverito. Quando mi dicono che queste istituzioni operano per far crescere le aziende sorrido, nel senso che operano invece, e legittimamente, per far crescere il valore degli asset al fine di rivenderle. Non sempre però è possibile in 4 o 5 anni – questo è il tempo medio di permanenza di un private equity in azienda – produrre quell’effetto raddoppio che le aspettative di valorizzazione degli investitori richiedono. Moltissimi imprenditori friulani hanno venduto, certamente ottenendo un forte ritorno economico. Io non sono tra questi, penso ancora, citando Einaudi “che l’imprenditore non si muove per la sete di guadagno ma per il gusto e l’orgoglio di veder prosperare la propria azienda”, e in quel propria ci sta molto. Molto spesso chiamiamo aziende friulane quelle che sono ormai da tempo realtà di proprietà di gruppi stranieri o di private equity, in cui il fondatore rimane come un azionista di minoranza senza capacità di incidere. Nell’interesse dei lavoratori del territorio serve anche un’imprenditoria locale di impronta industriale prima ancora che finanziaria e, me lo faccia dire da italiano, forse sono troppe le aziende cedute a proprietà estere.

In conclusione, Blasoni?  

Serve capacità di innovazione, serve apertura intellettuale a mercati esteri e alle evoluzioni del mondo finanziario, ma la finanziarizzazione fine a sé stessa finisce per essere un problema. Il valore finanziario degli asset si è moltiplicato in questi anni, non così il sottostante industriale. Molto spesso le valutazioni date alle aziende sono semplicemente l’espressione di un’operazione finanziaria ben prima del valore intrinseco di quelle stesse aziende. Attenzione però che l’economia di fronte alla discrasia tra valori reali e valori fittizi alla fine agisce, ce lo insegnò la crisi del subprime fra le altre.

Condividi questa pagina su:
Redazione
Redazione

Nato da un'intuizione del dott. Stefano Salmè, il Giornale del Friuli si pone la missione di valorizzare la storia bimillenaria del Friuli e, nel contempo, raccontare la contemporaneità con un'informazione libera e controcorrente. Stefano Salmè è iscritto all'Ordine dei giornalisti dal 2002 e si è laureato con lode in Storia, all'Università di Trieste, con una tesi sul Risorgimento friulano.

Articoli: 344