Genova. La polizia locale sgombera un accampamento degli Alpini

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L’episodio dello sgombero degli alpini accampati in via Cecchi, nella zona della Foce, rischia di diventare molto più di una semplice vicenda amministrativa. La decisione della polizia locale di intervenire contro tende, gazebo e wc chimici installati senza autorizzazione arriva infatti in un clima politico e culturale già fortemente segnato dalle polemiche contro la 97ª Adunata nazionale degli Alpini.

Da settimane, infatti, una parte della galassia associativa della sinistra radicale genovese — collettivi femministi, transfemministi, antimilitaristi e antagonisti — conduce una campagna durissima contro l’Adunata. Manifesti, volantini, post social e iniziative pubbliche hanno dipinto l’evento non come una manifestazione popolare e storica, ma come una celebrazione del militarismo, del nazionalismo e di una cultura ritenuta patriarcale.

Emblematica, in questo senso, la locandina circolata online nei giorni scorsi con il titolo “Genova Militare”, dove si legge che la città “festeggia la guerra” con l’Adunata degli Alpini. Nel testo si parla apertamente di “maschilità tossica”, di “euforia nazionalista e patriottica”, di molestie, razzismo, violenze e abusi. Una narrazione che non distingue tra singoli episodi contestati negli anni e l’intero corpo degli Alpini, finendo per trasformare centinaia di migliaia di persone in un bersaglio ideologico.

Naturalmente nessuno può negare che in manifestazioni così grandi possano verificarsi episodi da condannare e perseguire. Ma un conto è colpire eventuali responsabili individuali, un altro è costruire una campagna politica permanente contro una realtà che, per larga parte dell’opinione pubblica italiana, rappresenta storia nazionale, memoria, volontariato e spirito di servizio.

In questo contesto, lo sgombero disposto dalla polizia locale assume inevitabilmente anche un significato simbolico. Formalmente si tratta di un intervento dovuto all’occupazione non autorizzata di suolo pubblico. Politicamente, però, l’immagine degli alpini allontanati nel pieno di una mobilitazione ostile da parte di ambienti radicali finisce per alimentare la sensazione di una città sempre meno accogliente verso tutto ciò che richiama identità nazionale, tradizione e appartenenza.

Ed è difficile non leggere tutto questo come uno dei primi segnali della nuova Genova nata dopo il cambio di amministrazione comunale. La città è governata da pochi mesi dalla nuova giunta di centro-sinistra guidata dal sindaco Silvia Salis, e il clima che si respira sembra già diverso: maggiore spazio ai movimenti ideologici, linguaggi mutuati dall’attivismo universitario e una crescente centralità delle istanze identitarie della sinistra radicale.

Il rischio è che Genova finisca ostaggio di una narrazione divisiva, nella quale chiunque non si allinei a determinati codici culturali venga automaticamente associato a militarismo, patriarcato o nazionalismo tossico. E così una delle manifestazioni popolari più partecipate d’Italia viene raccontata non come occasione di incontro e festa, ma come problema di ordine culturale e politico.

La domanda che molti genovesi iniziano a porsi è semplice: questa è davvero la città che la nuova amministrazione vuole costruire?

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Redazione
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Nato da un'intuizione del dott. Stefano Salmè, il Giornale del Friuli si pone la missione di valorizzare la storia bimillenaria del Friuli e, nel contempo, raccontare la contemporaneità con un'informazione libera e controcorrente. Stefano Salmè è iscritto all'Ordine dei giornalisti dal 2002 e si è laureato con lode in Storia, all'Università di Trieste, con una tesi sul Risorgimento friulano.

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