Dall’Orcolat al Dreamtime, le leggende che raccontano la storia dei popoli

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Quando la Terra tremò mia mamma aveva tredici anni e pensava fosse scoppiata la guerra.

Un ragazzo stava registrando dal giradischi un brano dei Pink Floyd.

Io, invece, non ero neanche una pensiero.

Quello che è successo nel 1976 è una storia che ha segnato profondamente il Friuli. La mia terra. Ascoltando il podcast: “Tracce – Le voci che restano del terremoto in Friuli”, ho pensato per la prima volta a questa storia da un altro punto di vista. Quel punto di vista di chi è lontano – non solo geograficamente –, ma anche dal ricordo e dall’esperienza non vissuta. Che cosa rimane di questa storia a chi, come me, non c’era?

Storie per spiegare il mondo: gli aborigeni australiani

In Giappone, alcuni miti raccontano che i terremoti sono causati da un pesce gatto gigante che sbatte la sua coda contro le rocce.

In Nuova Zelanda, il dio Rūaumoko è ancora bambino e si agita dentro il grembo di Papatūānuku, Madre Terra, facendola tremare.

In Friuli, l’Orcolat è l’ orco leggendario che riposa sotto le montagne friulane.

Quando si sveglia, tutto cambia.

Questi sono solo alcune spiegazioni che gli esseri umani – eterni creatori di significati – hanno dato per capire un fenomeno naturale così potente. In un tempo diverso dal nostro, bisognava immaginare una ragione per la quale certe cose accadevano. In questo senso, penso agli aborigeni australiani. La cultura più antica del mondo, con più di 60.000 anni di storia.

Una pratica condivisa nel mondo aborigeno è il Dreamtime, il tempo dei sogni.

I primi antropologi inglesi lo tradussero in questo modo, eppure non ha niente a che vedere con ciò che accade quando dormiamo.

Il Tempo dei Sogni è fondamentale nella cultura degli aborigeni. È il tempo stesso in cui convivono passato, presente e futuro. Un tempo che li connette direttamente ai loro antenati, agli esseri spirituali ancestrali che crearono le montagne, gli animali, le piante e tutti gli elementi del paesaggio.

Ma soprattutto le storie del Dreamtime spiegano perché certe cose sono fatte in un determinato modo: perché alcuni animali hanno la coda e altri le spine, o perché una roccia si trova in un certo luogo e ha quella forma.

Il Dreaming determina anche le regole morali e sociali della vita. È proprio una guida spirituale e culturale del quotidiano, che cambia ed evolve insieme agli eventi naturali dei giorni nostri.

Tra le tante storie ce n’è una che racconta di un’epoca lontana in cui le isole che esistono oggi non esistevano. Appartenevano a un’unica penisola. Gli antenati potevano andare a caccia lungo la sua terra arida, senza quel mare che oggi la ricopre. Ma un giorno Garngurr, la donna gabbiano, prese la sua zattera e la trascinò avanti e indietro lungo il collo della penisola lasciando che l’acqua separasse la terra, creando delle isole.

 

Quello che viene narrato è l’episodio di un’inondazione. Il continente australiano è costellato da storie simili, provenienti da popolazioni prive di alcun contatto l’una con le altre. Tutte parlano di un aumento del livello del mare improvviso, del cambiamento del litorale costiero e di pianure ricoperte d’acqua. Si è scoperto così che questi racconti, all’apparenza mitici, sono la testimonianza oculare di chi ha assistito alla fine dell’Era Glaciale.

L’inondazione raccontata è quella causata dallo scioglimento dei ghiacciai.

Risale circa a 13.000 anni fa.

Ancora prima dell’impero egizio e di quello romano.

Si calcola che queste storie, di straordinaria antichità, siano state trasmesse oralmente per più di 300 generazioni. Sono arrivate fino al giorno d’oggi, custodendo l’esperienza e il sapere di chi c’era prima di loro.

Memoria come patrimonio: il Terremoto del Friuli

Parlo dell’Australia perché è semplicemente il luogo in cui vivo, ma anche perché stare qui significa per me avere un dovere quasi morale di approfondire questo paese oltre alla sua patina dorata. Quando lo faccio, imparo qualcosa di nuovo. Nuove prospettive. Nuove storie. Complessità e contraddizioni che vanno a braccetto con la bellezza di vivere in un’estate perenne.

Ma in questo viaggio all’insegna della scoperta di un paese “altro”, trovo quelle linee comuni tra un paese che non conosco e uno che conosco, come l’Italia e in particolare il Friuli. Allora le storie del Dreamtime mi ricordano quanto è fondamentale ricordare chi si è, da dove si viene, chi c’era prima. Perché anche la Memoria è un patrimonio. Tutto quello che è intangibile – la lingua, la storia, le canzoni, i racconti orali – è ricchezza culturale. Come per gli aborigeni australiani, tutto questo include il nostro passato, il presente ma anche quello che, di noi, sarà un domani.

Quello che mia madre ha vissuto, ha sentito sulla pelle e nel cuore quella sera del 6 maggio 1976.

Quella canzone dei Pink Floyd che si interrompe.

Il duro lavoro, il dolore, la ricostruzione. I momenti di gioia di un’infanzia nelle baracche.

Tutto questo appartiene anche a me.

Con questo pensiero ascolto le storie di chi ha vissuto il terremoto. Guardo video in bianco e nero di una regione che quasi non riconosco, con anziane con il fazzoletto in testa, strade sterrate, case distrutte, rovine dappertutto. Cerco di essere in quei luoghi inaccessibili fisicamente, ma che posso raggiungere tramite i ricordi degli altri.

Mi sono resa conto di aver dimenticato tanto di quel che sapevo di questo tragico pezzo di storia del Friuli. Così mi chiedo dove fossero le persone che amo quel fatidico giorno. Cosa pensarono. Che ricordo hanno di quegli anni. Un modo per ricostruire quel puzzle di Memoria di cui mi mancano ancora pezzi. Forse alcuni non li troverò mai, perduti irrimediabilmente sotto le macerie delle case. Altri, invece, riuscirò a recuperarli e farne tesoro. Saranno fondamentali per non dimenticare. Per custodire quella Memoria che ci tiene legati alla terra, alle persone che c’erano prima di noi e alle storie che ci hanno resi ciò che siamo. Forse è così che una comunità continua a esistere nel tempo: raccontandosi.

Chissà se anche il terremoto del Friuli verrà ricordato tra centinaia di anni, come accade ancora oggi per le antiche storie del Dreamtime.


Oggi quando cammino nella città di Cairns. Agli antipodi dell’Italia, a volte, tutto intorno a me sembra familiare.

L’alberghe a tre stelle che si chiama: “Trieste”.

I condomini con il nome: “Brigata”.

La pizzeria in fondo alla strada.

Le montagne all’orizzonte.

E se ascolto anche il podcast “Tracce”.

Mi sembra di ascoltare una sorta di Dreamtime friulano in chiave moderna che intreccia più racconti insieme del terremoto.

Voci con l’accento friulano.

Luoghi che conosco.

E improvvisamente, nonostante i chilometri di distanza, mi sento a casa.

Perchè i canguri hanno la coda? Si racconta che il canguro era un animale veloce ma goffo. Cadeva spesso perché non riusciva a mantenere l’equilibrio. Un giorno, durante una grande siccità, aiutò un anziano spirito ancestrale a raggiungere una pozza d’acqua. Per ricompensarlo della sua gentilezza, lo spirito prese un ramo robusto di eucalipto e lo trasformò in una lunga coda. Da quel momento il canguro riuscì a saltare con agilità e forza, attraversando immense distanze senza mai più cadere.

Perchè l’echidna ha le spine? Si dice che all’inizio del Dreamtime, l’echidna era un piccolo animale dal pelo morbido e privo di difese. Un giorno, spaventato da un gruppo di cacciatori, si nascose dentro un cespuglio pieno di rami appuntiti. Gli spiriti ancestrali videro la sua paura e decisero di proteggerlo: trasformarono quei rami in spine, facendole crescere sul suo dorso. Da allora l’echidna porta con sé le spine come scudo contro il pericolo e come ricordo della protezione ricevuta dagli antenati del Dreamtime.

Lara Lagomarsino

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Redazione
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Nato da un'intuizione del dott. Stefano Salmè, il Giornale del Friuli si pone la missione di valorizzare la storia bimillenaria del Friuli e, nel contempo, raccontare la contemporaneità con un'informazione libera e controcorrente. Stefano Salmè è iscritto all'Ordine dei giornalisti dal 2002 e si è laureato con lode in Storia, all'Università di Trieste, con una tesi sul Risorgimento friulano.

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