
Ecco come Genova ha accolto gli Alpini. Tre penne nere salvano un uomo infartuato
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L’Adunata Nazionale degli Alpini a Genova avrebbe dovuto essere, semplicemente, una grande festa popolare: migliaia di persone in città, cori, bandiere, memoria storica, volontariato e quel senso di appartenenza nazionale che da sempre accompagna le penne nere. E invece, fin dai primi giorni dell’evento, una parte del dibattito pubblico ha preso una piega fortemente ideologica.
Dopo il cambio di amministrazione comunale e l’elezione della nuova sindaca Silvia Salis, espressione del centrosinistra, è emerso con maggiore visibilità un certo ambiente dell’associazionismo radicale e transfemminista che ha scelto di trasformare l’Adunata in un terreno di scontro politico e culturale. Alcuni collettivi hanno parlato addirittura di “maschilità tossica” e “cameratismo militaresco”, arrivando a descrivere gli alpini quasi come un problema sociale più che come una delle realtà associative più amate d’Italia.
Parole pesanti, che hanno inevitabilmente alimentato un clima di tensione e delegittimazione verso un corpo che, nella storia italiana, è invece associato soprattutto a solidarietà, protezione civile, aiuto nelle emergenze e spirito di servizio.
Per comprendere il livello di certe accuse, basta guardare ad alcuni degli episodi diventati oggetto di polemica. Ha fatto discutere, per esempio, il racconto dell’ex consigliera regionale Alice Salvatore, che ha parlato di “molestie” subite su un autobus durante l’Adunata. Nel racconto riportato pubblicamente si parla però soprattutto di sguardi insistenti, atteggiamenti sopra le righe e prese in giro da parte di alcuni partecipanti. Comportamenti certamente spiacevoli o maleducati, se confermati, ma che molti hanno giudicato ben lontani dal quadro allarmistico e generalizzato che una certa narrativa ha cercato di costruire attorno all’evento.
Questo non significa negare che possano esistere singoli episodi inappropriati — come in qualsiasi grande manifestazione che coinvolga centinaia di migliaia di persone — ma è profondamente scorretto trasformare casi isolati in una condanna collettiva di un intero mondo.
Non a caso, anche all’interno del Consiglio comunale si è consumato uno scontro politico. Un ordine del giorno presentato dalla Lega per prendere le distanze dagli attacchi rivolti agli alpini è stato respinto dalla maggioranza. La discussione ha mostrato chiaramente due visioni opposte: da una parte chi ritiene necessario difendere apertamente l’onore del Corpo degli Alpini, dall’altra chi teme che una presa di posizione troppo netta possa alimentare ulteriori contrapposizioni ideologiche.
Eppure, mentre infuriavano le polemiche social e mediatiche, la realtà mostrava un volto completamente diverso degli alpini. Nei giorni dell’Adunata, tre penne nere — Gabriele Ponti, Patrizia Franza e Giuseppe Esposito — sono intervenute tempestivamente al Porto Antico per soccorrere un uomo colpito da arresto cardiaco nella zona del Bigo, contribuendo a salvargli la vita.
Un gesto concreto, silenzioso, lontano dalle polemiche ideologiche. Tanto significativo che la stessa sindaca Silvia Salis ha deciso di invitarli ufficialmente a Palazzo Tursi per ringraziarli a nome della città.
Ed è forse proprio qui il punto centrale dell’intera vicenda. Al di là delle campagne mediatiche, delle accuse generalizzate e delle letture ideologiche, Genova ha dimostrato in questi giorni un enorme affetto verso gli alpini. Le strade piene, gli applausi, i cori, le famiglie affacciate alle finestre e la partecipazione popolare hanno raccontato una città che, nella sua grande maggioranza, continua a vedere nelle penne nere un simbolo positivo.
Il tentativo di una parte radicale della sinistra ligure e genovese di trasformare l’Adunata in un caso politico non è riuscito a cancellare questo sentimento diffuso. Anzi, per molti genovesi ha prodotto l’effetto opposto: rafforzare ancora di più il legame emotivo e culturale con gli alpini e con ciò che rappresentano.


