
Maschicidio a Civitanova Marche. Arrestata la compagna della vittima
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A Civitanova Marche un uomo, Marco Pennesi, è stato trovato morto nella propria abitazione. Per la sua morte è stata arrestata la compagna, Isabella Di Mattia, che durante l’interrogatorio avrebbe ammesso di averlo colpito sostenendo però di aver agito per difendersi da un’aggressione.
Le indagini sono ancora nelle fasi iniziali. Saranno l’autopsia, gli accertamenti tecnico-scientifici e il processo, qualora si arrivi a dibattimento, a stabilire se si sia trattato di un omicidio volontario, di un eccesso colposo di legittima difesa, di una legittima difesa piena oppure di una ricostruzione diversa.
Questo è l’unico approccio compatibile con uno Stato di diritto.
Detto questo, il caso offre anche uno spunto di riflessione che va ben oltre la vicenda giudiziaria.
Leggendo molti titoli di queste ore emerge subito un elemento ricorrente: la vittima viene descritta come un uomo “violento”, “prevaricatore”, “pluripregiudicato”. Si riportano le dichiarazioni della donna secondo cui avrebbe reagito a un’aggressione, costruendo fin da subito una cornice narrativa nella quale il lettore è naturalmente portato a considerare plausibile quella versione dei fatti.
Può darsi che sia realmente andata così.
Ma oggi nessuno lo sa ancora.
Quelle sono dichiarazioni rese dalla persona indagata e, come tali, dovranno essere sottoposte al vaglio delle prove. È esattamente ciò che accade in qualsiasi procedimento penale.
La domanda, però, è un’altra.
Se al posto di Isabella Di Mattia ci fosse stato un uomo e al posto di Marco Pennesi una donna, quale sarebbe stata la narrazione dominante?
Probabilmente i titoli avrebbero parlato immediatamente di femminicidio. Si sarebbe aperto il dibattito sulla violenza di genere, sulla cultura patriarcale, sulla necessità di pene esemplari. Difficilmente avremmo visto, nelle primissime ore, un racconto incentrato sulle possibili attenuanti dell’indagato.
Anzi, chi avesse invitato ad attendere le indagini sarebbe stato accusato da molti di voler minimizzare o giustificare l’accaduto.
Quando invece a morire è un uomo e l’indagata è una donna, il paradigma sembra spesso cambiare.
Non si afferma la colpevolezza dell’indagata — e questo è corretto — ma contemporaneamente si tende ad attribuire alla vittima caratteristiche estremamente negative sulla base di elementi che, almeno in questa fase, non sono ancora stati definitivamente accertati.
È una differenza di approccio che dovrebbe far riflettere.
Perché una persona morta non può più replicare. Non può spiegare la propria versione dei fatti, contestare accuse o difendere la propria reputazione. Per questo il principio di prudenza dovrebbe valere anche quando si racconta la vittima.
Ciò non significa negare la possibilità che la donna abbia davvero subito un’aggressione. Se le prove lo dimostreranno, sarà giusto riconoscerlo senza esitazioni. La legge deve tutelare chiunque si difenda da una violenza reale, uomo o donna che sia.
Ma proprio perché non conosciamo ancora la verità processuale, sarebbe auspicabile evitare di trasformare in fatti accertati quelle che oggi sono, inevitabilmente, versioni ancora da verificare.
Il punto, quindi, non è prendere le parti dell’uomo o della donna coinvolti in questa vicenda.
Il punto è chiedersi se il garantismo venga applicato con la stessa intensità a tutti.
Perché la sensazione è che, quando la vittima è una donna, il processo mediatico dell’indagato inizi quasi immediatamente. Quando invece la vittima è un uomo, l’attenzione si sposti rapidamente sulle possibili giustificazioni dell’indagata e sul passato della persona uccisa.
Se davvero crediamo nell’uguaglianza davanti alla legge, allora dovremmo pretendere anche un’uguaglianza nel racconto dei fatti.
La giustizia deve accertare le responsabilità senza pregiudizi. L’informazione dovrebbe fare esattamente la stessa cosa.


