
Udine. Ricordato il dottor De Donno, “medico di campagna”, che non smise mai di curare
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Ieri pomeriggio, in piazza Primo Maggio a Udine, si è svolta una manifestazione in ricordo del dottor Giuseppe De Donno, nel quinto anniversario della sua scomparsa.

L’iniziativa, iniziata alle ore 18.30, è stata promossa dall’associazione Costituzione in Azione, realtà nata durante la pandemia per difendere le libertà individuali e per contestare le limitazioni introdotte nel periodo dell’emergenza sanitaria. Sul palco si sono alternati interventi dedicati alla memoria del medico mantovano, mentre un grande pannello riportava il suo volto e una delle frasi che più rappresentano il suo modo di intendere la medicina:
«Il plasma è democratico perché è il popolo che dona il plasma per salvare il popolo: probabilmente a qualcuno non piacerà.»
Una frase che racchiude l’idea di una medicina fondata sulla solidarietà e sulla partecipazione della comunità.
Un medico prima di tutto
Al di là delle polemiche che hanno accompagnato gli anni della pandemia, Giuseppe De Donno rimane anzitutto la figura di un medico che cercò, con convinzione e coraggio, una strada per salvare vite umane nel momento più difficile vissuto dall’Italia dal dopoguerra.
Primario di pneumologia all’ospedale Carlo Poma di Mantova, fu tra i principali sostenitori dell’utilizzo del plasma iperimmune nei pazienti affetti da Covid-19. Convinto che quella terapia potesse rappresentare un’opportunità, dedicò energie e tempo a svilupparne l’impiego, attirando su di sé consenso, critiche e una forte esposizione mediatica.
Il dibattito scientifico sull’efficacia del plasma è proseguito negli anni, ma ciò che molti ricordano di De Donno è soprattutto l’atteggiamento di chi, davanti a una malattia sconosciuta, scelse di tentare ogni strada che riteneva potesse offrire una speranza ai propri pazienti.
L’immagine del medico di campagna
Per molti, De Donno rappresentava una figura quasi d’altri tempi: quella del medico di campagna, vicino alle persone, disponibile ad ascoltare, convinto che il rapporto umano fosse parte integrante della cura.
La sua idea del plasma come “strumento democratico” nasceva proprio da questa visione: non un farmaco prodotto dall’industria, ma un gesto di solidarietà tra cittadini, dove chi era guarito poteva aiutare chi stava ancora lottando contro la malattia.
Che si condividano oppure no le sue convinzioni, è difficile negare che quella fosse una concezione profondamente umana della professione medica.
Il dovere del ricordo
A cinque anni dalla sua morte, la commemorazione di Udine non è stata soltanto un momento dedicato a una figura simbolo degli anni della pandemia. È stata anche un’occasione per riflettere su una stagione che ha profondamente segnato il Paese, lasciando interrogativi ancora aperti sul rapporto tra scienza, politica, libertà individuali e comunicazione.
Ricordare Giuseppe De Donno significa anche ricordare quanto complesso sia stato quel periodo e quanto sia importante, oggi, affrontarne la memoria con rispetto, evitando semplificazioni.
Per molti dei presenti in piazza Primo Maggio, il suo nome continua a rappresentare quello di un medico che, nel pieno dell’emergenza, scelse di mettersi in gioco fino in fondo, guidato dall’obiettivo che ogni medico dovrebbe avere: cercare di salvare il maggior numero possibile di vite umane.



