Temperature record: i giornali accusano la tua auto. Sulle raffinerie bombardate, silenzio

Condividi su:

Abbiamo trascorso l’estate a guardare termometri.

Temperature record, mari bollenti, notti tropicali, ondate di calore. Telegiornali e giornali ci hanno ricordato praticamente ogni giorno che il clima sta cambiando e che dobbiamo fare qualcosa.

E sia chiaro: il caldo c’è stato davvero. Secondo il CNR, quella del 2026 è stata in Italia l’estate più calda dal 1950, con una temperatura media di 24,3 gradi, superiore persino a quella terribile del 2003.

Quindi nessuna discussione sul termometro.

Prendiamo invece sul serio quello che il termometro ci sta dicendo. Talmente sul serio da provare a fare qualche domanda.

Perché mentre ci spiegavano, giorno dopo giorno, che per salvare il pianeta dovremo cambiare automobile, sostituire le vecchie caldaie, ristrutturare le nostre case e modificare le nostre abitudini, da qualche altra parte dello stesso pianeta continuavamo allegramente a bombardare raffinerie, depositi di carburante, oleodotti e infrastrutture energetiche.

E qui qualche conto comincia a non tornare.

Una ricerca pubblicata su Science of the Total Environment ha stimato in circa 77 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente le emissioni provocate direttamente e indirettamente dalla guerra in Ucraina nei suoi primi diciotto mesi.

Settantasette milioni di tonnellate.

Dentro ci sono i carburanti consumati dagli eserciti, gli esplosivi, gli incendi, le infrastrutture e gli edifici distrutti, le foreste e i terreni agricoli bruciati.

E stiamo parlando soltanto dei primi diciotto mesi.

Nel frattempo la guerra è andata avanti e le infrastrutture energetiche sono diventate uno degli obiettivi privilegiati. Nel 2026, secondo dati riportati da Reuters, nei primi otto mesi una raffineria russa è stata colpita con successo mediamente ogni tre giorni.

Avrete visto anche voi quelle immagini. Enormi colonne di fumo nero che si alzano per centinaia di metri sopra raffinerie e depositi petroliferi.

Curiosamente, quando vediamo quelle immagini parliamo sempre di strategia militare, capacità produttiva russa, prezzo del petrolio, andamento della guerra.

Quasi mai di clima.

Eppure immagino che il carbonio sprigionato da una raffineria in fiamme non controlli prima se il missile che l’ha colpita fosse russo, ucraino o americano.

In Medio Oriente la situazione è persino più surreale.

Gli incendi provocati dagli attacchi contro depositi e impianti petroliferi nell’area di Teheran nel marzo scorso hanno prodotto una nube talmente grande da essere osservata dai satelliti. Uno studio scientifico ha stimato circa 29.800 tonnellate di anidride solforosa immesse nell’atmosfera, con una dispersione su un’area nell’ordine delle centinaia di migliaia di chilometri quadrati.

E non c’è soltanto l’Iran. Raffinerie e infrastrutture energetiche sono state colpite in Arabia Saudita e in altre aree del Golfo. S&P Global ha contato 106 attacchi contro infrastrutture energetiche mediorientali nei primi sei mesi del 2026. Quaranta contro raffinerie.

Poi arriva la pubblicità.

E ricompare lui.

Il vero pericolo per il pianeta.

Il signor Rossi con la sua Golf diesel del 2015.

Gli spieghiamo che deve cambiarla. Possibilmente in fretta. Perché emette troppa CO₂.

Magari l’ha pagata 20.000 euro, funziona ancora perfettamente e la usa tutte le mattine per fare venti chilometri e andare a lavorare. Pazienza. La transizione ecologica richiede sacrifici.

Poi torniamo al telegiornale e guardiamo una raffineria che brucia.

Quella invece è geopolitica.

Naturalmente è una provocazione. Le automobili inquinano, il traffico produce emissioni e rendere più pulita la mobilità è un obiettivo assolutamente ragionevole.

Ma proprio perché è ragionevole diventa difficile capire perché la nostra sensibilità ambientale sia diventata così selettiva.

Abbiamo costruito una gigantesca contabilità delle emissioni quotidiane. Sappiamo quanti grammi di CO₂ produce un’automobile per percorrere un chilometro. Calcoliamo l’impronta carbonica di una bistecca, di un volo aereo, di una casa, di una caldaia.

Benissimo.

Allora calcoliamo anche quella di una guerra.

Quanto carburante consumano migliaia di carri armati e mezzi militari? Quanto consumano i bombardieri? Quanto emettono le flotte militari? Quanto produce un deposito petrolifero che brucia per giorni? E soprattutto: quanta CO₂ servirà domani per produrre il cemento e l’acciaio necessari a ricostruire le città che oggi stiamo riducendo in macerie?

Non sono domande pacifiste.

Sono domande ambientaliste.

Se davvero ogni tonnellata di CO₂ conta, dovrebbe contare sempre. Non soltanto quando esce dalla marmitta dell’automobile di un cittadino europeo.

Per tutta l’estate ci hanno detto che le temperature record sono un avvertimento.

Può darsi che abbiano ragione.

Ma allora ascoltiamolo fino in fondo.

E forse, prima di chiedere al signor Rossi di rottamare la sua Golf, potremmo riscoprire una forma di transizione ecologica sorprendentemente economica, che non richiede incentivi, cappotti termici o colonnine di ricarica:

smettere di bombardare le raffinerie.

Condividi questa pagina su:
Redazione
Redazione

Nato da un'intuizione del dott. Stefano Salmè, il Giornale del Friuli si pone la missione di valorizzare la storia bimillenaria del Friuli e, nel contempo, raccontare la contemporaneità con un'informazione libera e controcorrente. Stefano Salmè è iscritto all'Ordine dei giornalisti dal 2002 e si è laureato con lode in Storia, all'Università di Trieste, con una tesi sul Risorgimento friulano.

Articoli: 397