Dal 2012 ad oggi la superficie ghiacciata è aumentata di 1,4 milioni di chilometri quadrati

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Quattordici anni dopo il record negativo del 2012, i ghiacci sono ancora lì. E certe profezie catastrofiche meriterebbero almeno una verifica

Per anni abbiamo sentito raccontare l’Artico come una specie di orologio dell’Apocalisse climatica.

Ancora cinque anni. Ancora dieci. Il ghiaccio sparirà. Il Polo Nord sarà libero in estate. Le immagini dell’orso sulla lastra di ghiaccio sono diventate una delle icone più potenti della comunicazione ambientalista occidentale.

Poi arriva il momento, inevitabile, in cui qualcuno dovrebbe tornare a controllare l’orologio.

E i numeri raccontano una storia più complicata.

Il punto di partenza è il 2012. Non perché sia stato scelto arbitrariamente, ma perché rappresenta ancora oggi il minimo assoluto dell’estensione estiva del ghiaccio marino artico nell’intera serie satellitare iniziata nel 1979.

Secondo il National Snow and Ice Data Center, quell’anno il minimo scese a 3,39 milioni di chilometri quadrati. Fu un evento eccezionale: quasi la metà in meno rispetto alla media 1979-2000.

È da quel dato che vale la pena partire.

Non per sostenere che dal 2012 il ghiaccio sia aumentato ogni singolo anno — non è vero — ma per porre una domanda molto più semplice:

che cosa è successo alle previsioni secondo le quali l’Artico estivo sarebbe dovuto praticamente scomparire?

2012: 3,39 milioni di km². Quattordici anni dopo siamo ancora qui

Il minimo del 2012 non è stato più battuto.

Questo è un fatto.

Ci sono stati anni con estensioni molto basse, altri con recuperi significativi, ma quel minimo eccezionale di 3,39 milioni di km² resta il record negativo della serie satellitare.

Il dato indicato per settembre 2026 è di circa 4,75 milioni di km².

Se questo valore sarà confermato come minimo stagionale dalle serie ufficiali definitive, significherebbe circa 1,36 milioni di chilometri quadrati di ghiaccio in più rispetto al record negativo del 2012, ossia circa il 40% in più.

Non significa che il riscaldamento globale sia scomparso.

Non significa neppure che il trend di lungo periodo, dal 1979, si sia invertito: NOAA continua infatti a misurare una marcata diminuzione dell’estensione del ghiaccio artico sull’intera serie satellitare.

Significa una cosa molto più circoscritta, ma difficilmente contestabile:

quattordici anni dopo il record catastrofico del 2012, l’Artico estivo non è affatto scomparso.

Ed è proprio qui che comincia la parte più interessante della storia.

Quando l’Artico doveva sparire

Nel dicembre 2007 la BBC pubblicò un titolo destinato a rimanere famoso:

“Arctic summers ice-free ‘by 2013’.”

La previsione non era della BBC: proveniva dal ricercatore Wieslaw Maslowski e dal suo gruppo. Ma fu proprio la grande stampa internazionale a trasformare queste previsioni estreme in notizie destinate al grande pubblico.

Il 2013 arrivò.

Il ghiaccio rimase.

E non poco: il minimo di quell’anno fu di circa 5,05 milioni di km², nettamente superiore persino al 2012.

Ma il protagonista simbolicamente più importante di quella stagione fu naturalmente Al Gore.

Nel 2008 Gore affermò pubblicamente che l’intera calotta polare settentrionale avrebbe potuto essere completamente scomparsa entro cinque anni.

Nel 2009, alla Conferenza sul clima di Copenaghen, tornò sull’argomento citando modelli secondo i quali vi sarebbe stata una probabilità del 75% che l’intera calotta artica potesse essere completamente priva di ghiaccio durante alcuni mesi estivi entro cinque-sette anni.

Il ricercatore al quale Gore attribuiva quella percentuale, Maslowski, precisò successivamente che non sapeva come si fosse arrivati a una probabilità così precisamente quantificata.

Cinque anni passarono.

Poi sette.

Poi dieci.

Poi quindici.

L’Artico era ancora lì.

E poi arrivò Greta

Nel 2018 Greta Thunberg rilanciò su Twitter un articolo che riportava un allarme attribuito al professor James Anderson di Harvard sulla necessità di ridurre drasticamente le emissioni entro cinque anni per preservare il ghiaccio artico permanente.

Anche qui bisogna essere precisi: Greta non scrisse che nel 2023 l’umanità sarebbe scomparsa, come successivamente sostenuto da molti meme, né disse che saremmo stati sommersi da decine di metri d’acqua.

Ma condivise effettivamente un messaggio dal tono estremamente allarmistico sull’Artico, basato a sua volta su una rappresentazione imprecisa delle parole dello scienziato. Anderson ha successivamente spiegato che quell’interpretazione non rappresentava correttamente ciò che aveva detto.

È un dettaglio importante.

Perché il problema non dovrebbe essere Greta Thunberg come persona.

Il problema è il meccanismo comunicativo.

Una previsione estrema viene formulata da uno scienziato, o attribuita a uno scienziato. Viene trasformata in titolo. Il titolo viene amplificato dai media. Diventa materiale per politici, attivisti, documentari e campagne pubblicitarie.

Poi arriva la data prevista.

E quando la previsione non si realizza, difficilmente riceve la stessa copertura mediatica della previsione originaria.

Il grande paradosso del 2012

È proprio qui che il 2012 diventa interessante.

Se quell’anno fosse stato l’inizio di una corsa inarrestabile verso un Artico estivo senza ghiaccio, ci si sarebbe aspettati che quel record venisse successivamente battuto.

Invece, a quattordici anni di distanza, 3,39 milioni di km² rimangono il minimo assoluto della serie satellitare.

Questo non cancella il forte declino verificatosi rispetto agli anni Ottanta e Novanta.

Ma rende molto più difficile raccontare l’evoluzione dell’Artico attraverso una semplice linea retta che conduce inevitabilmente allo “zero”.

Il sistema climatico è evidentemente più complesso degli slogan.

Ed è curioso che proprio chi ripete continuamente che bisogna “seguire la scienza” sembri talvolta molto meno interessato a seguire i dati quando questi diventano meno spettacolari.

Il dato che non assolve nessuno, ma obbliga a fare domande

Non serve sostenere che la Terra si stia raffreddando.

Non serve annunciare una nuova Piccola Era Glaciale.

Non serve sostituire un catastrofismo con il catastrofismo opposto.

Bastano i dati.

Nel 2012 il ghiaccio marino artico raggiunse il minimo record della serie satellitare: 3,39 milioni di km².

Nel 2025, NOAA ha registrato un minimo giornaliero di 4,60 milioni di km² e una media di settembre di 4,75 milioni di km². Allo stesso tempo NOAA continua a registrare un trend negativo molto forte sull’intero periodo 1979-2025.

Le due cose possono essere vere contemporaneamente.

Ed è precisamente questa complessità che raramente entra nei titoli.

Perché “l’Artico continua a presentare un trend negativo di lungo periodo, ma il record negativo del 2012 non è stato più raggiunto” è scientificamente più corretto.

Peccato che faccia molta meno paura.

La scienza non ha bisogno di profezie

Il punto, allora, non è dimostrare che il cambiamento climatico non esiste.

È chiedersi quanto abbia giovato alla credibilità della battaglia ambientalista trasformare continuamente gli scenari climatici più estremi in scadenze da conto alla rovescia.

2013.

Cinque anni.

Sette anni.

Il ghiaccio che scompare.

L’Artico senza estate.

Le scadenze sono trascorse e il ghiaccio è ancora lì.

Nel frattempo politiche industriali, energetiche e fiscali dal costo di centinaia di miliardi vengono giustificate anche attraverso una comunicazione pubblica nella quale troppo spesso il confine fra scenario, previsione, possibilità e certezza è diventato sottilissimo.

La scienza, invece, funziona diversamente.

Formula ipotesi. Costruisce modelli. Li confronta con le osservazioni. E quando le osservazioni divergono dalle previsioni, non dovrebbe cambiare argomento.

Dovrebbe interrogarsi.

Forse sarebbe utile che cominciasse a farlo anche l’informazione.

Perché il dato più imbarazzante non è che nel 2012 l’Artico sia sceso a 3,39 milioni di chilometri quadrati.

Quello fu un fatto, ed è documentato.

Il dato politicamente e mediaticamente più interessante è un altro:

quattordici anni dopo, quel record non è stato ancora battuto.

E l’Artico che, secondo le profezie più clamorose, avremmo dovuto smettere di vedere è ancora lì.

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Nato da un'intuizione del dott. Stefano Salmè, il Giornale del Friuli si pone la missione di valorizzare la storia bimillenaria del Friuli e, nel contempo, raccontare la contemporaneità con un'informazione libera e controcorrente. Stefano Salmè è iscritto all'Ordine dei giornalisti dal 2002 e si è laureato con lode in Storia, all'Università di Trieste, con una tesi sul Risorgimento friulano.

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