
Il complotto delle lobby di Bruxelles per spegnere l’agricoltura europera
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Prima i campi, poi i pannelli. Prima l’autonomia alimentare, poi la dipendenza. È soltanto la conseguenza della transizione ecologica o dietro la trasformazione delle campagne europee si sta delineando un modello economico completamente nuovo?
Proviamo, per una volta, a mettere insieme i pezzi e a formulare una teoria.
Non una verità rivelata, non la pretesa di avere scoperto chissà quale complotto. Una teoria politica ed economica: osservare la direzione nella quale stiamo andando e domandarci quale Europa potrebbe trovarsi alla fine del percorso.
Immaginiamo dunque che dietro il grande processo della transizione ecologica convergano interessi energetici, finanziari e tecnocratici. Non è neppure necessario immaginare una stanza segreta nella quale qualcuno impartisca ordini. È sufficiente che interessi differenti trovino conveniente procedere nella stessa direzione.
E quella direzione potrebbe cambiare radicalmente il volto dell’Europa rurale.
Prima fase: la terra cambia padrone
Tutto comincia dalla terra.
Per secoli il campo è stato contemporaneamente patrimonio, lavoro, produzione e indipendenza. Il piccolo proprietario agricolo possiede qualcosa che ha un valore particolare: un bene limitato, non riproducibile e capace di produrre ciò che serve alla sopravvivenza.
Ma proprio per questo la terra diventa appetibile.
Fondi, società energetiche, grandi operatori economici possono disporre di capitali incomparabilmente superiori a quelli di un agricoltore. Dove ieri c’erano aziende familiari, domani possono esserci grandi proprietà destinate ad altri utilizzi.
L’agricoltore vede il proprio terreno attraverso il raccolto che può ottenere. Il capitale lo guarda attraverso la redditività che può estrarne.
Sono due logiche completamente diverse.
Seconda fase: dal grano ai megawatt
Poi arriva la transizione energetica.
Il terreno non viene più valutato soltanto per quanti quintali di grano, mais o pomodori può produrre, ma per quanti megawatt può generare.
Ed ecco la trasformazione simbolicamente più potente: il campo diventa una piattaforma energetica.
Dove cresceva il grano possono comparire file di pannelli fotovoltaici. Dove pascolavano gli animali possono sorgere infrastrutture energetiche. Tutto viene presentato attraverso il vocabolario rassicurante della modernità: sostenibilità, decarbonizzazione, innovazione, futuro.
Ma rimane una domanda elementare.
Possiamo mangiare i kilowatt?
L’energia è indispensabile. Ma lo è anche il cibo.
E soprattutto esiste una differenza fondamentale: un Paese può diversificare le proprie fonti energetiche, mentre la superficie agricola fertile è una risorsa fisicamente limitata.
Terza fase: meno autonomia, più dipendenza
A questo punto entra in gioco la sicurezza alimentare.
Ogni ettaro sottratto alla produzione agricola è un ettaro che non produce più cibo. Naturalmente nessun singolo impianto può mettere in crisi l’agricoltura europea. Il problema nasce quando tanti fenomeni differenti finiscono per sommarsi.
Riduzione delle superfici coltivate, abbandono delle campagne, difficoltà economiche delle aziende agricole, concentrazione della proprietà, vincoli ambientali, concorrenza internazionale e conversione dei terreni verso utilizzi più remunerativi.
Il risultato possibile è semplice: produrre meno in Europa e comprare di più all’estero.
Ed ecco il paradosso.
L’Europa potrebbe diventare sempre più sofisticata nella produzione di norme ambientali e contemporaneamente sempre più dipendente da altri Paesi per ciò che mette sulla propria tavola.
Avremo campagne teoricamente più “verdi”, mentre navi, camion e catene logistiche internazionali trasporteranno per migliaia di chilometri quello che avremmo potuto produrre vicino a casa.
Quarta fase: il cibo torna a essere una questione di classe
Quando un bene diventa più scarso rispetto alla domanda, il suo valore tende a crescere.
Ed è qui che la questione agricola smette di riguardare soltanto gli agricoltori.
Riguarda tutti.
Una famiglia può rinunciare a cambiare automobile. Può rimandare l’acquisto di un televisore. Può ridurre le vacanze.
Non può smettere di mangiare.
Se energia, abitazione e alimentazione assorbono una quota crescente del reddito familiare, diminuisce inevitabilmente la libertà economica delle persone.
E rischiamo di arrivare al più grottesco dei paradossi: trasformare il cibo sano, locale e biologico in un prodotto per benestanti.
Il ricco continuerà a comprare prodotti biologici, carne di qualità e verdura a chilometro zero.
Gli altri compreranno ciò che potranno permettersi.
La sostenibilità, nata almeno nelle intenzioni come progetto universale, rischierebbe così di trasformarsi in un privilegio sociale.
Quinta fase: scompare un pezzo d’Europa
Ma c’è qualcosa di ancora più importante dell’economia.
La campagna europea non è soltanto una superficie produttiva.
È civiltà.
Borghi, paesaggi, dialetti, tradizioni, allevamenti, vigne, uliveti, malghe, cascine e aziende familiari costituiscono un patrimonio costruito in secoli di storia.
Togliere l’uomo dalla terra significa interrompere questa continuità.
Un campo coltivato e una distesa di pannelli possono occupare esattamente gli stessi dieci ettari. Ma rappresentano due mondi completamente differenti.
Nel primo esistono lavoro, produzione alimentare, conoscenze tramandate, presidio del territorio e comunità.
Nel secondo esiste principalmente produzione energetica.
Può essere necessaria. Può persino essere conveniente.
Ma non è la stessa cosa.
25.000 lobbisti a Bruxelles: e se il “grande piano” fosse già alla luce del sole?
A questo punto qualcuno potrebbe liquidare tutto con la parola più comoda: complottismo.
Ma siamo sicuri che, per parlare di un sistema fortemente condizionato dagli interessi organizzati, sia necessario immaginare uomini incappucciati riuniti di notte in qualche stanza segreta?
A Bruxelles le lobby non sono segrete. Sono parte riconosciuta del sistema.
E le dimensioni del fenomeno sono impressionanti. Secondo un dato riportato dal Servizio Ricerca del Parlamento europeo, a Bruxelles opererebbero circa 25.000 lobbisti, con una spesa complessiva per le attività di lobbying stimata nell’ordine di 1,5 miliardi di euro all’anno.
Venticinquemila.
Una vera e propria città nella città, che gravita intorno alle istituzioni nelle quali vengono scritte norme destinate a incidere sulla vita di centinaia di milioni di europei.
Non stiamo dunque parlando di un fenomeno clandestino. La rappresentanza degli interessi è riconosciuta e regolamentata dalle stesse istituzioni europee, tanto che esiste un apposito Registro per la trasparenza.
Ed è proprio questo il punto.
Non occorre immaginare una misteriosa centrale di comando. Esiste già, alla luce del sole, un gigantesco sistema di rappresentanza degli interessi che cerca di orientare le decisioni europee.
La questione politica diventa allora inevitabile: quanto pesa questa enorme macchina rispetto alla capacità del normale cittadino, del piccolo agricoltore o della piccola impresa di incidere sulle decisioni di Bruxelles?
Perché il piccolo agricoltore friulano, francese o olandese non dispone di uffici nella capitale europea, eserciti di consulenti, giuristi specializzati, studi economici commissionati e personale dedicato a seguire giorno dopo giorno regolamenti, direttive e decisioni comunitarie.
I grandi interessi organizzati possono invece farlo.
E allora il “grande piano” assume una forma molto meno cinematografica e molto più concreta.
Energia, finanza, ambiente, industria, agricoltura: intorno alle grandi decisioni europee si muove un’enorme macchina di interessi organizzati.
La domanda, dunque, non è se le lobby esistano. Esistono, operano pubblicamente e la loro attività è istituzionalmente regolamentata.
La domanda è un’altra: chi possiede realmente la forza necessaria per orientare le scelte?
E allora torniamo ai nostri campi.
Se diventa economicamente più conveniente produrre megawatt che grano; se il valore energetico della terra supera quello agricolo; se il piccolo produttore viene schiacciato tra costi, regolamenti e concorrenza internazionale; se grandi capitali possono acquistare ciò che generazioni di famiglie hanno coltivato, non abbiamo necessariamente bisogno di immaginare un ordine segreto impartito da qualche oscuro consiglio mondiale.
Potrebbe essere sufficiente la convergenza di interessi economici dotati di una capacità di influenza incomparabilmente superiore a quella di chi lavora la terra.
E allora il “grande piano” potrebbe essere persino più semplice di quanto immaginiamo:
non cacciare i contadini dai campi con la forza. Rendere progressivamente meno conveniente coltivare quei campi.
Uno dopo l’altro venderanno, chiuderanno o abbandoneranno.
E la terra rimarrà.
Solo che a decidere che cosa farne non saranno più quelli che l’hanno coltivata per generazioni.
Perché un continente che perde la capacità di produrre il proprio cibo non perde soltanto qualche campo.
Perde un pezzo della propria indipendenza.


