Vergarolla 1946. La strage voluta dai comunisti yugoslavi per terrorizzare gli italiani di Pola

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Il 18 agosto 1946 doveva essere una domenica d’estate come tante altre. Sulla spiaggia di Vergarolla, alle porte di Pola, centinaia di persone si erano radunate per assistere alle gare natatorie della Coppa Scarioni, organizzate dalla storica società Pietas Julia. C’erano famiglie, giovani, bambini. Ma quella manifestazione sportiva aveva anche un significato che andava oltre lo sport: in una città sospesa tra Italia e Jugoslavia, era diventata una grande manifestazione dell’italianità di Pola.

Alle 14.15 una violentissima esplosione sconvolse la spiaggia.

A esplodere fu una grande quantità di materiale bellico che si trovava accatastato sull’arenile e che era considerato non più in grado di esplodere. Le ricostruzioni non coincidono completamente sulla natura e sulla quantità degli ordigni: tradizionalmente si è parlato di 28 mine e di circa nove tonnellate di esplosivo, mentre documentazione successivamente studiata negli archivi britannici ha consentito una ricostruzione più articolata del materiale presente sulla spiaggia.

Il risultato fu spaventoso. Furono identificati 65 morti, ma stabilire il numero reale delle vittime si rivelò impossibile: la potenza dell’esplosione fu tale che alcuni corpi non poterono essere ricomposti né identificati. Diverse ricostruzioni hanno stimato un bilancio complessivo tra gli 80 e i 100 morti. Moltissimi erano bambini.

Una città contesa

Per comprendere Vergarolla bisogna però tornare al clima di quei mesi.

La guerra era finita da poco più di un anno, ma a Pola la pace non era realmente arrivata. La città si trovava sotto amministrazione militare alleata mentre il suo futuro veniva discusso nelle trattative internazionali che avrebbero condotto al Trattato di pace del 1947.

La maggioranza della popolazione italiana guardava con crescente angoscia alla possibilità dell’annessione alla Jugoslavia di Tito. La manifestazione della Pietas Julia assumeva perciò inevitabilmente anche un valore politico e identitario. La partecipazione dei polesani significava mostrare pubblicamente la volontà di mantenere il legame con l’Italia.

È in questo scenario che deve essere collocata la domanda rimasta aperta per ottant’anni: quello di Vergarolla fu davvero un incidente?

Le acquisizioni documentali e storiografiche emerse nel corso degli anni hanno progressivamente rafforzato un’altra interpretazione: l’esplosione sarebbe stata provocata deliberatamente.

L’ipotesi dell’attentato

Già le indagini condotte nell’immediatezza dei fatti sollevarono seri dubbi sulla possibilità di una detonazione accidentale. Il Governo militare alleato istituì una Corte d’inchiesta e cercò testimonianze che consentissero di ricostruire quanto avvenuto nelle ore precedenti all’esplosione.

Il punto decisivo era semplice: gli ordigni presenti sulla spiaggia erano considerati inoffensivi. Per provocare una deflagrazione di quelle proporzioni sarebbe stato necessario ripristinare un sistema di innesco o comunque intervenire tecnicamente sul materiale esplosivo.

Da qui nasce l’ipotesi dell’attentato.

E, con il passare degli anni e soprattutto con l’apertura degli archivi, un sospetto già diffuso tra molti esuli polesani ha trovato nuovi elementi documentali: dietro Vergarolla potrebbe esserci stata l’OZNA, la polizia segreta jugoslava.

Un documento proveniente dagli archivi britannici, un’informativa del 19 dicembre 1946 significativamente intitolata Sabotage in Pola, attribuiva infatti l’operazione all’OZNA e indicava persino Giuseppe Kovacich come uno dei possibili esecutori materiali. L’informativa proveniva dal controspionaggio italiano che in quel periodo collaborava anche con i servizi alleati.

È un documento di grande importanza, ma va letto con il rigore che la storia impone: non costituisce da solo una prova giudiziaria definitiva e nessun processo ha mai individuato mandanti ed esecutori della strage.

Tuttavia non è più possibile liquidare l’ipotesi dell’attentato come una semplice supposizione nata negli ambienti degli esuli. Le ricerche successive, le testimonianze e la documentazione emersa hanno reso l’origine dolosa della deflagrazione l’interpretazione oggi maggiormente accreditata in diverse ricostruzioni storiche, mentre l’attribuzione specifica all’apparato jugoslavo resta una conclusione sostenuta da elementi significativi ma non definitivamente provata sul piano giudiziario e documentale.

Perché colpire Vergarolla?

Se si accoglie questa interpretazione, occorre interrogarsi sul movente.

Pola rappresentava un problema politico per il progetto jugoslavo. Una popolazione largamente italiana, che continuava pubblicamente a manifestare il proprio legame con l’Italia, costituiva un ostacolo nel momento in cui nelle trattative internazionali si decideva il destino della città.

Colpire una manifestazione popolare dal forte significato italiano avrebbe allora avuto un obiettivo non soltanto terroristico, ma politico: diffondere nella popolazione la convinzione che per gli italiani non vi sarebbe stato più un futuro sicuro a Pola.

Il terrorismo, in questa lettura, non avrebbe avuto bisogno di rivendicazioni. Il messaggio sarebbe stato proprio la strage.

Non possiamo sapere con certezza se questa fosse la strategia concepita dai mandanti. Sappiamo però quale fu l’effetto.

Vergarolla rappresentò uno spartiacque psicologico per la città. Il documentario storico L’ultima spiaggia. Pola fra la strage di Vergarolla e l’esodo, basato anche sulle testimonianze dei sopravvissuti, ricostruisce proprio questo passaggio: per molti polesani, dopo il 18 agosto, l’idea di poter continuare a vivere nella propria città sotto la futura sovranità jugoslava divenne sempre meno concepibile.

Il medico che continuò a operare dopo aver perso i figli

Dentro la tragedia di Vergarolla c’è poi una vicenda umana che merita di essere ricordata più di ogni altra.

È quella del dottor Geppino Micheletti.

Micheletti era uno dei medici impegnati a soccorrere i feriti. Mentre operava senza sosta nell’ospedale di Pola, seppe che tra le vittime dell’esplosione c’erano anche i suoi due figli, Carlo e Renzo.

Continuò a operare.

In quelle ore, mentre la propria famiglia era stata distrutta dalla stessa esplosione, Micheletti continuò a curare e salvare le vittime che arrivavano dall’arenile. È probabilmente l’immagine più potente lasciata da Vergarolla: un uomo che, nel momento del dolore più assoluto, antepone la vita degli altri alla propria tragedia.

Dalla strage all’esodo

Pochi mesi dopo cominciò l’esodo di massa.

Il Trattato di pace firmato a Parigi il 10 febbraio 1947 assegnò Pola alla Jugoslavia. Ma quando la città passò effettivamente sotto sovranità jugoslava, gran parte dei suoi abitanti italiani aveva già scelto di partire.

Vergarolla non fu l’unica causa dell’esodo istriano, naturalmente. Le ragioni furono politiche, nazionali, economiche e sociali e si inserivano nella più ampia trasformazione dell’Istria del dopoguerra.

Ma per Pola il 18 agosto 1946 rappresentò qualcosa di diverso.

Fu la frattura definitiva della fiducia.

La spiaggia sulla quale centinaia di persone si erano riunite per affermare pacificamente la propria identità si trasformò nel luogo nel quale quella comunità comprese che il proprio mondo stava finendo.

Una strage senza colpevoli

Vergarolla conserva ancora oggi un’anomalia dolorosa.

Decine e probabilmente un centinaio di persone furono uccise. Un’inchiesta fu aperta. Nel tempo sono emersi documenti d’intelligence, testimonianze e ricostruzioni storiche. Eppure nessun mandante e nessun esecutore è mai stato giudicato per quella strage.

Il Ministero della Cultura ha ricordato come le indagini avessero indicato l’intervento di qualcuno nel provocare la tragedia, pur senza arrivare all’identificazione giudiziaria dei responsabili.

Ed è proprio qui che occorre distinguere la certezza dalla probabilità storica.

È certo che Vergarolla non può essere compresa senza il conflitto politico e nazionale che attraversava l’Istria.

È certo che la manifestazione della Pietas Julia rappresentava anche una pubblica espressione dell’italianità di Pola.

È certo che l’esplosione ebbe un effetto devastante sulla volontà della popolazione di rimanere nella città.

Ed esistono elementi documentali che attribuiscono l’attentato all’OZNA jugoslava.

Ciò che manca ancora è il documento conclusivo: l’ordine operativo, la catena completa di comando, la prova archivistica capace di trasformare una ricostruzione storicamente forte in una verità definitivamente documentata.

Il significato di Vergarolla

Forse proprio per questo Vergarolla deve essere ricordata senza trasformare la memoria in propaganda e senza, al tempo stesso, nascondersi dietro un’impossibile neutralità.

Per decenni questa tragedia è rimasta ai margini della memoria nazionale italiana. Oggi conosciamo molto più di quanto si conoscesse allora e l’ipotesi dell’attentato politico appare assai più consistente di quella della fatalità.

Se davvero l’obiettivo era seminare il terrore per convincere gli italiani di Pola che non avrebbero avuto posto nella nuova Jugoslavia, l’esito fu tragicamente efficace.

Dopo Vergarolla migliaia di persone guardarono il mare, le proprie case, le tombe dei propri familiari e una città che per generazioni era stata la loro città, e cominciarono a prepararsi alla partenza.

Per questo Vergarolla non è soltanto la storia di una strage.

È uno dei momenti nei quali si può osservare, quasi fisicamente, la trasformazione della paura in esodo.

Il 18 agosto 1946 esplosero gli ordigni sulla spiaggia.

Nei mesi successivi si dissolse una comunità.

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Redazione
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Nato da un'intuizione del dott. Stefano Salmè, il Giornale del Friuli si pone la missione di valorizzare la storia bimillenaria del Friuli e, nel contempo, raccontare la contemporaneità con un'informazione libera e controcorrente. Stefano Salmè è iscritto all'Ordine dei giornalisti dal 2002 e si è laureato con lode in Storia, all'Università di Trieste, con una tesi sul Risorgimento friulano.

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