
La frutticoltura in Friuli continua a crescere
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La frutticoltura sta diventando uno dei comparti più interessanti dell’agricoltura del Friuli Venezia Giulia. E i numeri della campagna 2026 raccontano una realtà che merita attenzione: mentre in Europa e nel resto d’Italia la produzione di mele è prevista in diminuzione, nella nostra regione il raccolto dovrebbe crescere del 9%.
Il dato è emerso in occasione della presentazione della 55ª Mostra regionale della Mela di Pantianicco, in programma dal 25 al 27 settembre e dall’1 al 4 ottobre, ed è stato illustrato dall’assessore regionale alle Risorse agroalimentari, forestali e ittiche Stefano Zannier.
Il Friuli cresce mentre Europa e Italia arretrano
Il confronto è significativo. Per il 2026 le previsioni indicano una diminuzione della produzione europea di mele del 16% rispetto al 2025 e una contrazione del 2% per l’Italia. Il Friuli Venezia Giulia dovrebbe invece chiudere la stagione con un incremento del 9%.
La melicoltura regionale può contare oggi su circa 1.200 ettari in produzione, dei quali 300 coltivati con metodo biologico. Le coltivazioni sono concentrate soprattutto nella pianura udinese e pordenonese e, nelle ultime annate, hanno garantito complessivamente un raccolto attorno alle 50 mila tonnellate.
Numeri non giganteschi se confrontati con quelli delle grandi regioni frutticole italiane, ma che descrivono un settore specializzato e soprattutto in evoluzione.
Secondo Zannier, negli ultimi anni sono aumentate sia le superfici sia le aziende che hanno deciso di destinare una parte della propria attività alla frutticoltura. Una scelta sostenuta anche dagli investimenti regionali per la realizzazione di nuovi impianti, l’introduzione di tecnologie e la protezione delle colture.
E la crescita non riguarda soltanto le mele: segnali positivi arrivano anche dal kiwi e da altre colture arboree.
Tecnologia e acqua diventano decisive
La frutticoltura moderna ha ormai poco a che vedere con l’immagine tradizionale del semplice frutteto. È un’agricoltura ad alta specializzazione, nella quale tecnologia, irrigazione, sistemi di protezione e assistenza agronomica possono determinare la redditività dell’intero investimento.
L’esperienza della cimice asiatica lo ha dimostrato chiaramente. Nel 2018 il parassita aveva provocato danni molto pesanti alle coltivazioni regionali. Negli anni successivi si è quindi diffuso l’impiego delle reti protettive, spesso integrate con la funzione antigrandine.
Parallelamente si è sviluppata l’assistenza tecnica, con il coinvolgimento di Ersa e dei Consorzi di bonifica, soprattutto sul fronte dell’irrigazione di precisione e dell’utilizzo efficiente dell’acqua.
La stagione 2026 ha posto un problema diverso: le temperature elevate. Il caldo ha inciso soprattutto attraverso le scottature e le difficoltà nell’accrescimento dei frutti. I sistemi irrigui a basso volume e ad alta efficienza hanno però consentito alle colture specializzate di affrontare meglio le condizioni climatiche.
Il clima più secco ha avuto anche un effetto positivo: la pressione delle principali patologie è risultata relativamente contenuta, con una presenza limitata di ticchiolatura e oidio e una minore diffusione dei problemi legati ad Alternaria e Colletotrichum.
Non basta produrre: bisogna riuscire a vendere
C’è poi la questione forse più importante per qualsiasi impresa agricola: il mercato.
Una parte della produzione regionale è destinata all’estero e questo rende le aziende inevitabilmente sensibili alle tensioni geopolitiche, ai costi logistici e alle difficoltà di accesso ai mercati internazionali.
Produrre di più, quindi, non significa automaticamente guadagnare di più. Diventano determinanti l’organizzazione della filiera, la capacità commerciale e la valorizzazione del prodotto, perché alla crescita quantitativa deve corrispondere una remunerazione adeguata per chi investe e produce.
Ed è probabilmente proprio questo il passaggio più interessante per il futuro dell’agricoltura friulana.
Frutticoltura come opportunità anche per le aziende più piccole
La Mostra regionale della Mela di Pantianicco offre da questo punto di vista uno spaccato interessante. Il Premio speciale Mela Friuli non guarda soltanto alle aziende maggiori, ma prevede riconoscimenti specifici per le imprese situate nelle zone montane, per quelle biologiche e per le aziende con meno di cinque ettari di superficie.
È un particolare tutt’altro che secondario.
In una regione caratterizzata da una proprietà agricola spesso frammentata, la crescita delle colture specializzate può rappresentare infatti un’alternativa alla tradizionale agricoltura estensiva. Su superfici relativamente limitate, produzioni ad alto valore aggiunto possono consentire una redditività per ettaro molto superiore, naturalmente a fronte di maggiori investimenti iniziali, maggiore specializzazione e maggiori rischi imprenditoriali.
Il futuro dell’agricoltura friulana potrebbe quindi passare anche da qui: meno competizione esclusivamente sulla quantità e maggiore attenzione alla qualità, alla specializzazione, alla tecnologia e alla capacità di trasformare pochi ettari di terra in un’attività economicamente sostenibile.
I dati del 2026 non significano che la strada sia priva di difficoltà. Clima, parassiti, mercati internazionali e costi degli impianti rimangono variabili decisive. Ma una produzione di mele in crescita del 9%, proprio mentre Europa e Italia arretrano, segnala che in Friuli Venezia Giulia qualcosa si sta muovendo.
E forse la frutticoltura, accanto alle grandi colture tradizionali, merita di essere considerata sempre di più come una delle opportunità concrete per il futuro delle nostre campagne.


