
L’ex portavoce di Zelensky, Yulia Mendel, censurata al parlamento europeo. Voleva parlare di pace
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C’è qualcosa di paradossale nella storia di Yulia Mendel.
Dal 2019 al 2021 era la portavoce di Volodymyr Zelensky. Una delle persone incaricate di parlare al mondo a nome del presidente ucraino. Oggi Kiev la considera una voce da sanzionare e, pochi giorni dopo quelle sanzioni, Mendel racconta di essere stata fermata alle porte del Parlamento europeo, dove avrebbe dovuto partecipare a un incontro dedicato alla pace in Ucraina.
È successo tutto nel giro di pochi giorni.
Il 13 settembre Zelensky ha dato attuazione a una decisione del Consiglio di sicurezza e difesa nazionale che ha imposto sanzioni personali a dieci persone. Nell’elenco c’è anche Yulia Mendel. Kiev le contesta, insieme agli altri destinatari, attività riconducibili alla propaganda russa e alla diffusione di disinformazione. Mendel respinge l’accusa e sostiene di essere stata colpita per le proprie posizioni critiche sulla guerra e per avere invocato una soluzione negoziale.
Tre giorni dopo avrebbe dovuto essere a Strasburgo.
Il titolo dell’incontro era già un programma: “Ukraine: Dare to Choose Peace – Diplomacy, Not Escalation”. Diplomazia, non escalation.
L’evento non era un’iniziativa ufficiale dell’Europarlamento: era stato organizzato dall’eurodeputato tedesco Hans Neuhoff, del gruppo Europe of Sovereign Nations, negli spazi parlamentari. Fra gli invitati figuravano anche Tino Chrupalla e il giornalista svizzero Roger Köppel.
Mendel avrebbe dovuto raccontare la sua esperienza e spiegare perché, secondo lei, continuare a cercare una via diplomatica non significa stare dalla parte della Russia.
Non ha potuto farlo.
Secondo quanto denunciato dalla stessa ex portavoce di Zelensky, l’accesso all’edificio del Parlamento europeo le è stato negato. Mendel ha collegato direttamente il provvedimento alle sanzioni decise pochi giorni prima dall’Ucraina. È la sua ricostruzione e, allo stato delle fonti disponibili, è corretto distinguerla da un accertamento indipendente sulle ragioni amministrative del mancato ingresso.
Ma la fotografia politica resta piuttosto singolare.
Prima portavoce di Zelensky. Poi dissidente dalla linea di Kiev. Poi sanzionata. Infine fuori dalla porta di un incontro sulla pace.
Roberto Vannacci ha colto immediatamente il caso e lo ha trasformato in una denuncia politica: «Solidarietà a Yulia Mendel. La pace non può essere censurata».
Nelle immagini diffuse sui suoi canali compare il Parlamento europeo accompagnato da una frase ancora più netta: «Ci hanno censurati».
È una lettura politica dell’accaduto, naturalmente. Ma sarebbe troppo facile liquidare tutta la vicenda semplicemente perché a sollevarla sono Vannacci, AfD o il gruppo ESN.
Perché Yulia Mendel non arriva da Mosca.
Arriva dal cuore dell’apparato politico che ha accompagnato l’ascesa di Zelensky. Era al suo fianco quando il presidente ucraino era ancora, agli occhi di buona parte dell’opinione pubblica occidentale, soprattutto l’uomo eletto promettendo di cambiare il Paese. Oggi la stessa Mendel sostiene che l’Ucraina abbia bisogno di una strada diversa per uscire dalla guerra.
Può avere ragione oppure torto. Le sue tesi possono essere contestate, anche duramente.
Ma proprio qui comincia il problema.
Perché negli ultimi anni attorno alla guerra in Ucraina si è consolidato in Europa un vocabolario nel quale alcune parole sembrano perfettamente legittime e altre diventano immediatamente sospette.
Armi. Riarmo. Deterrenza. Escalation. Sanzioni. Vittoria.
Sono parole del dibattito politico.
Poi ci sono negoziato, compromesso, diplomazia, pace. E troppo spesso, appena vengono pronunciate, comincia l’interrogatorio: pace a quali condizioni? Nell’interesse di chi? Non sarà propaganda russa?
Sono domande legittime. Ma dovrebbero servire ad aprire una discussione, non a chiuderla.
La Russia ha invaso l’Ucraina e la responsabilità dell’inizio della guerra su vasta scala del febbraio 2022 è un dato storico, non un’opinione. Da questo, però, non discende che ogni proposta diplomatica sia automaticamente una concessione al Cremlino.
Mendel stessa sostiene esattamente questo: parlare di pace non significherebbe essere filorussi e un eventuale accordo dovrebbe comunque garantire la sopravvivenza e il futuro dell’Ucraina.
Si può dissentire.
Anzi, sarebbe interessante farlo.
Magari dentro un Parlamento.
Perché è questo il dettaglio che rende la vicenda quasi grottesca: il luogo nel quale Mendel avrebbe dovuto parlare non era una piazza clandestina, un canale Telegram o qualche oscuro convegno organizzato ai margini dell’Europa.
Era il Parlamento europeo.
L’istituzione che dovrebbe vivere di parole contrapposte, minoranze, dissenso, maggioranze che cambiano e idee che si combattono senza che sia necessario far sparire chi le pronuncia.
Certo, l’incontro del 16 settembre non era un evento istituzionale dell’Eurocamera. Precisarlo è doveroso.
Ma politicamente cambia poco la domanda che resta sul tavolo.
Se in Europa possiamo discutere liberamente di come continuare una guerra, dobbiamo poter discutere altrettanto liberamente di come provare a finirla.
Non perché chi parla di pace abbia necessariamente ragione.
Ma perché una democrazia che ha paura persino delle parole dei propri dissidenti finisce per mostrare una fragilità molto più profonda delle opinioni che vorrebbe tenere fuori dalla porta.


