
In una rapina del 2015 Roggero era stato massacrato di botte
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Nel dibattito pubblico sul caso di Mario Roggero si è parlato soprattutto della legittima difesa e della responsabilità penale del gioielliere. Meno attenzione è stata invece riservata a un elemento che ha attraversato l’intero processo: il trauma subito durante la rapina del 2015 e il suo possibile effetto sulle condizioni psicologiche dell’imputato al momento dei fatti del 28 aprile 2021.
La violenta rapina del 2015 rappresenta infatti uno snodo fondamentale della vicenda. Roggero fu aggredito nella propria gioielleria e quell’episodio, secondo la difesa, lasciò conseguenze psicologiche profonde, destinate a riemergere sei anni dopo, quando si trovò nuovamente di fronte a una rapina.
Proprio su questo punto si è sviluppato uno dei confronti tecnico-scientifici più significativi dell’intero processo.
La consulenza della difesa ha sostenuto che Roggero fosse affetto da un disturbo post-traumatico da stress ancora attivo nel 2021, tale da alterare in maniera significativa la percezione del pericolo e la capacità di controllare la propria reazione. Secondo questa ricostruzione, la nuova rapina avrebbe riattivato il trauma originario, incidendo sul comportamento tenuto dall’imputato.
Diversa è stata la valutazione del consulente dell’accusa, secondo cui il trauma conseguente ai fatti del 2015 era presente, ma di entità lieve e già in fase di superamento. In questa prospettiva, le condizioni psicologiche di Roggero non erano tali da compromettere in misura rilevante la capacità di intendere e di volere o da spiegare la successiva condotta.
La Corte ha disposto una perizia affidata allo psichiatra Roberto Keller, le cui conclusioni sono risultate sostanzialmente più vicine alla seconda impostazione. Il perito ha riconosciuto l’esistenza del trauma derivante dalla rapina del 2015, ma ha escluso che esso avesse determinato un’infermità di mente o uno stato psicologico tale da incidere sulla capacità di intendere e di volere dell’imputato. La perizia ha quindi ritenuto Roggero pienamente imputabile.
Si tratta di un passaggio che ha avuto un peso rilevante nel percorso motivazionale della sentenza. Le conclusioni del perito nominato dalla Corte hanno infatti costituito uno degli elementi sui quali i giudici hanno fondato la propria valutazione della responsabilità penale.
Questo aspetto merita una riflessione più ampia. Nei procedimenti in cui assumono rilievo valutazioni psichiatriche e medico-legali, la ricostruzione del quadro clinico può incidere in modo significativo sull’esito del giudizio. In questo caso, il contrasto tra le consulenze dimostra come uno stesso evento traumatico possa essere interpretato in modo profondamente diverso da professionisti chiamati a valutarne le conseguenze.
È quindi ragionevole osservare che, se fosse stata ritenuta maggiormente convincente la tesi secondo cui il disturbo post-traumatico da stress era ancora grave e pienamente attivo al momento dei fatti del 2021, anche la valutazione giuridica della vicenda avrebbe potuto seguire un percorso differente. Ciò non significa poter affermare con certezza che la sentenza sarebbe stata diversa, poiché la decisione del giudice dipende sempre dall’insieme delle prove raccolte e delle norme applicabili. Tuttavia, è difficile negare che la valutazione peritale abbia rappresentato uno degli snodi decisivi dell’intero processo.
Il caso Roggero dimostra, ancora una volta, quanto sia delicato il rapporto tra diritto e psichiatria forense. Le consulenze tecniche non costituiscono un elemento accessorio del processo, ma possono orientare in modo determinante la ricostruzione dei fatti e la valutazione della responsabilità dell’imputato.
La vicenda invita infine a una riflessione più generale: quando la giustizia è chiamata a giudicare persone che hanno vissuto esperienze traumatiche, il tema non riguarda soltanto l’accertamento dei fatti, ma anche la capacità dell’ordinamento di comprendere quale peso quei traumi abbiano realmente avuto sulla condotta successiva. È un terreno complesso, sul quale il confronto tra diritto, medicina e psicologia continua a rappresentare una delle sfide più delicate del processo penale.


